Qualche giorno fa Sam Altman ha avanzato una proposta che, detta da lui, capo di OpenAI, suona discretamente provocatoria: cedere allo Stato americano il cinque per cento del capitale dell’azienda. Il senatore democratico Bernie Sanders, allergico ai giri di parole, ha subito rilanciato: non il cinque, il cinquanta. La sorpresa vera, però, è arrivata da Donald Trump, che si è detto “molto interessato” all’idea di una partecipazione pubblica nelle aziende AI, facendo sollevare più di un sopracciglio bipartisan. Tra il cinque e il cinquanta per cento passa una discreta porzione di socialismo; eppure, per far trovare d’accorso Sanders e Trump, l’elefante nella stanza deve essere talmente ingombrante da schiacciare perfino la polarizzazione politica: di chi dev’essere l’intelligenza artificiale?

La domanda è meno ideologica di quanto sembri: per la prima volta in più di un secolo, una tecnologia capace di riscrivere il potere economico, militare e cognitivo è nata e cresciuta fuori dal controllo dello Stato. L’energia atomica fu subito affare pubblico. L’elettricità diventò presto infrastruttura nazionale. L’intelligenza artificiale no: è arrivata senza chiedere permesso, con un potere immenso e libero da ogni controllo pubblico - distribuito tra mille agende private in competizione, con elettorati, parlamenti e tribunali relegati in platea, a guardare uno spettacolo che capiscono a metà. Se l’AI servisse solo a scrivere e-mail più svelte o a vestire gattini col cappello da Napoleone, potremmo serenamente lasciare la faccenda agli azionisti. Ma sta entrando nel lavoro, nella scuola, nella sanità, nella sicurezza nazionale, nell’informazione: non è più uno strumento che usiamo, è l’aria che respiriamo senza accorgercene. Il problema si presenta quando quell’aria appartiene a qualcuno, perché sarà lui a decidere quanto ossigeno lasciarci e a quale prezzo. Può farlo con le intenzioni migliori, certo: la storia è piena di sovrani illuminati della cui luce i sudditi, guarda caso, non sempre si sono accorti. Ma se un potere può intervenire così a fondo sulle nostre vite senza il nostro consenso, la questione non è più di proprietà: è di libertà.