C’è un numero che questa settimana ha fatto girare la testa a mezza Washington: 42,6 miliardi di dollari. È il valore del "regalo" che Sam Altman ha messo sul tavolo della Casa Bianca, ovvero il 5% di OpenAI, calcolato sulla valutazione monstre da 852 miliardi raggiunta a marzo con l'ultimo round di finanziamento.A rivelarlo è stato il Financial Times giovedì, e da allora il dibattito non si è più fermato, perché la proposta non riguarda solo OpenAI: nel piano di Altman anche gli altri giganti americani dell'intelligenza artificiale, da Anthropic a Google a Meta, dovrebbero cedere una quota analoga al governo attraverso una sorta di fondo sovrano. In pratica, lo Stato americano azionista dell'intera industria dell'AI. Detta così sembra fantascienza, o forse socialismo, e invece è la mossa più capitalista che si possa immaginare. Per capirla bisogna guardare al contesto: OpenAI e i suoi rivali sono sotto pressione come non mai. Washington è sempre più nervosa per le vulnerabilità di sicurezza dei modelli di frontiera e per la concorrenza cinese, che con i suoi sistemi open source gratuiti o quasi sta erodendo il vantaggio americano. Il governo ha di fatto preso in mano il calendario dei rilasci: alla stessa OpenAI è stato chiesto di limitare il lancio del prossimo GPT 5.6 a una ristretta cerchia di partner approvati, mentre Anthropic, la rivale che produce Claude, ha appena ottenuto lo sblocco delle restrizioni all'export sui suoi modelli più avanzati dopo settimane di negoziati. Tradotto: oggi negli Stati Uniti non si pubblica un modello di frontiera senza il via libera della politica. E allora Altman, che l'idea la coltiva dall'inizio del 2025 e che ad aprile aveva già proposto un «fondo di ricchezza pubblica» per redistribuire i benefici dell'AI, ha deciso di trasformare il problema in opportunità: se il governo deve comunque mettere bocca sui miei affari, tanto vale che ci metta anche i soldi. La logica ha un precedente che a Trump piace moltissimo: la quota del 9,9% in Intel acquisita nell'agosto 2025 dal governo, che da allora ha guadagnato quasi il 400%. Da lì il presidente ha preso gusto allo shopping, con partecipazioni in U.S. Steel, aziende di minerali critici e società quantistiche, e a giugno ha dichiarato che uno Stato azionista dei colossi dell'AI sarebbe «una cosa bellissima» per rendere gli americani «partner di questa rivoluzione». La narrazione ufficiale di Altman è proprio questa: dare al pubblico una fetta del valore creato dall'intelligenza artificiale, in un momento in cui questa minaccia milioni di posti di lavoro. Ma non tutti ci credono.Diversi investitori parlano di operazione di facciata, una mossa per ingraziarsi l'amministrazione più che un vero meccanismo redistributivo. Bernie Sanders, che sul tema si batte da mesi, ha liquidato la proposta come una versione annacquata della vera proprietà pubblica e rilancia con una tassa una tantum del 50% sulle azioni di OpenAI, Anthropic e xAI. E poi c'è il problema che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia a cuore il funzionamento dei mercati: il conflitto di interessi. Se il governo diventa azionista di OpenAI, come farà a decidere in modo imparziale quando e come limitare i suoi modelli per ragioni di sicurezza? Ogni restrizione varrebbe miliardi di mancato guadagno anche per le casse pubbliche. E che succede alle aziende che restano fuori dal club? Un analista l'ha definita una «pietra miliare inquietante»: un timbro governativo di approvazione a poche aziende elette, mentre milioni di sviluppatori e ricercatori restano tagliati fuori. C'è infine il non detto che spiega tutto: OpenAI e Anthropic si stanno preparando alla quotazione in Borsa. Arrivare a Wall Street con il governo americano tra gli azionisti significa presentarsi con la più potente polizza assicurativa politica mai vista, un segnale agli investitori che nessuna regolamentazione ostile arriverà mai davvero. Ed è qui che la vicenda diventa una questione che riguarda tutti. Perché il modello che si sta delineando - aziende private che cedono quote allo Stato in cambio di protezione e corsie preferenziali - assomiglia molto più al capitalismo di Stato cinese che al libero mercato che l'America ha sempre predicato. Nella corsa all'intelligenza artificiale, Washington e Pechino si stanno avvicinando: campioni nazionali coccolati, confini tecnologici che si chiudono. In Cina la chiamano pianificazione, in America lo chiamano deal. Altman, che di deal se ne intende, ha capito prima degli altri che nell'era dell'AI il cliente più importante non è chi usa ChatGPT: è chi può spegnerlo.