Alla fine ho guardato il video. Di norma tendo a evitare i video così, per certe convinzioni teoriche sulla morte filmata, e per codardia. Ma ho guardato il video di Bologna. Poi l’ho guardato di nuovo. E infine l’ho ascoltato, senza le immagini, per concentrarmi meglio su ciò che i protagonisti si dicono. Mi ha lasciato nauseato. Come analisi non è molto profonda, me ne rendo conto. Ma non so come altro dirlo. Almeno la nausea è un sintomo.
Mentre guardavo il video il dibattito si era già spostato altrove. Si era alzato in volo, allontanandosi dai tre uomini che tengono Fakir Abderrahim immobilizzato a terra – due agenti di polizia più un volenteroso –, fino a perderli di vista. Il fatto in sé era già stato polverizzato, disperso in una miriade di discorsi collaterali. Lo scudo penale che andrebbe applicato a prescindere per le forze dell’ordine oppure no. Le piazze di protesta buone e quelle cattive. Le reazioni della politica, troppo avventate o troppo timide, tutte comunque prevedibili, allineate alle aspettative del proprio elettorato. La disamina del post semidolente della premier Meloni.Eppure, compiuto questo doveroso e larghissimo giro, è davanti alle porte chiuse di quei garage che bisogna tornare. All’uomo immobilizzato a terra per un tempo interminabile, all’uomo in agonia che chiede aiuto. Quante volte? Ne ho contate dieci, ma potrebbero essere di più, perché spesso si tratta di urla poco comprensibili.












