di
Ivano Zoppi
Mentre la Francia chiude i social agli under 15, l’Italia riconosce oratori e centri estivi come luoghi educativi. Due notizie, una sola sfida: i confini servono, ma la crescita dei ragazzi richiede adulti e comunità presenti
In Francia è arrivato il via libera definitivo del Parlamento al divieto dei social per gli under 15: è diventata il primo Paese in Europa a introdurre un divieto di questo tipo. A partire dal 1° settembre, i minorenni non possono aprire nuovi profili e, nei mesi successivi, le piattaforme dovranno chiudere gli account esistenti. Sarà compito delle piattaforme trovare un modo per verificare l'età, un problema complesso e ancora irrisolto. La mia prima reazione, come educatore, è positiva. Un misura di questo tipo ha infatti il merito di riconoscere il problema e di affermare, con la forza delle norme, ciò che molte famiglie faticano a sostenere da sole: non tutto è adatto a tutte le età. Un principio che sosteniamo da anni, da quando le storie di Carolina e di tanti altri giovani ci hanno insegnato quanto possa costare la solitudine di un ragazzo davanti a uno schermo. I social non sono ambienti pensati per i bambini. Chiedere di attendere non è oscurantismo, è cura. Un concetto alla base dei limiti di età per guidare o per entrare in certi posti. Ciò detto sarebbe però pericoloso pensare che una legge, da sola, possa mettere in salvo i nostri figli. Il desiderio di appartenenza e di essere visti non svanisce con un decreto, se mai cambia forma. Chi lavora con i ragazzi sa quanto siano veloci a trovare l’uscita di servizio quando gli adulti chiudono il portone. Il rischio è delegare a un divieto ciò che riguarda la relazione.Un ragazzo a cui togliamo lo smartphone senza offrirgli sguardi, tempo e spazi resta comunque solo. Solo e, in aggiunta, arrabbiato.










