«Dobbiamo liberare i bambini dall’algoritmo, che ora sui social li profila nei gusti, nelle idee e li spinge persino verso la criminalità. Sarebbe una norma di civiltà», dice a L’Espresso Lavinia Mennuni (FdI). Peccato che la norma in questione – per vietare i social ai minori di 15 anni – ora giaccia al Senato senza un chiaro orizzonte.La proposta, firmata da Mennuni con Marianna Madia (Pd), centra un tema che più bipartisan non si può. Tutti d’accordo che si debba agire e pure subito, a tutela dei minori. Persino negli Stati Uniti, dove in questi giorni è in corso il processo storico contro Meta, istituito da 29 Stati. L’accusa: avere manipolato i minori per tenerli bloccati sulla piattaforma, con i noti algoritmi di profilazione e raccomandazione; con sistemi di notifiche e scroll infinito. Meta rischia fino a 1.200 miliardi di dollari di sanzioni, secondo sue stime interne (riportate da Reuters). Potenzialmente, sarebbe la fine per la big tech.Ma se sono tutti d’accordo e persino gli Usa, in piena era Trump, sarebbero disposti ad annichilire un loro campione nazionale, come mai non siamo ancora riusciti a fare nulla? Né l’Italia né l’Europa, che pure a metà luglio ha pubblicato i risultati di un enorme studio da cui risultano evidenti danni ai minori esposti in modo indiscriminato ai social media.La stessa proposta Mennuni-Madia (la più rilevante tra le tante presentate in Parlamento) è del 2024 e da ottobre 2025 non ha fatto progressi. «Il governo ha scelto di bloccarla, non facendo pervenire i pareri», è l’accusa di Madia, pure riportata al ministro Adolfo Urso (Mimit) ad agosto durante un question time alla Camera. La tesi: «Non vuole infastidire le big tech e quindi Trump». Vero è che il presidente americano ha minacciato di ritorsioni l’Europa per norme o sanzioni applicate alle big tech; ma ha taciuto su quelle per la tutela dei minori. Forse nemmeno Trump osa difendere i suoi pupilli su un tema così delicato.Fatto sta che la risposta di Urso, a Madia, è stata attendista: «Nessun arresto dell’iter. Quello che è in corso è un’attività di approfondimento e valutazione degli effetti dell’iniziativa intrapresa nel frattempo dalla Commissione europea». La Commissione, dopo l’uscita dello studio, ha annunciato un intervento regolatorio a tema social e minori «dopo l’estate», si legge in una sua nota. Tempi e dettagli precisi scarseggiano.Di qui il rilancio – e affondo – di Madia al ministro: «Non limitiamoci ad aspettare l’Europa, facciamo andare avanti la legge». Sul punto anche Mennuni, pur appartenendo allo stesso partito del ministro, riconosce che «la proposta andrebbe approvata subito. Tra l’altro, mi hanno riferito di un sondaggio molto preoccupante condotto all’istituto penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano. Risulta che molti minori sono stati spinti al furto di moto o beni di lusso per averne visto la pubblicità sui social. Non sorprende che l’età per il primo reato continui ad abbassarsi».Per altro, Mennuni ricorda che il testo è già stato visionato dall’Ue, durante un anno e mezzo di negoziati, per verificarne la compatibilità con le regole europee (il Digital services act). «I tempi di entrata in vigore di una nuova norma Ue – riconosce – possono essere molto lunghi. Potremmo quindi avere intanto una norma italiana, con una clausola per farla scadere quando ci sarà quella europea», aggiunge. Secondo Mennuni però è «corretto aspettare l’Europa, fino a settembre, per capire cosa vuole fare e con quali tempi, prima di tornare sulla proposta italiana». Peccato che la risposta di Urso a Madia non includa lo stesso impegno ad avere subito una norma.È vero che la materia è spinosa. Non solo per motivi politici. Proibire i social ai minori di 15 anni (o di 16 anni com’è già in Australia, unico Paese al mondo) ha implicazioni importanti su diritti fondamentali. Ad esempio sulla libertà di comunicazione degli utenti. Motivo che ha spinto ad agosto i giudici costituzionali francesi a bloccare la norma che vietava i social agli under 15. Il governo dice però che ci riproverà il prossimo anno, con divieti più compatibili con la Costituzione.I diritti alla comunicazione e l’espressione dei minori sui social sono supportati dai benefici concreti che ne derivano. Riconosciuti dallo stesso studio Ue pubblicato a luglio (su 26.297 ragazzi di 13-18 anni e 12.750 genitori nei 27 Stati Ue). Sì, da una parte lo studio conferma i rischi. Quasi un adolescente su tre afferma che i social lo fanno sentire stressato, triste o socialmente escluso. Il 25% riferisce esposizione a hate speech, il 25% a promozione di prodotti non salutari, il 24% a pressioni sull’aspetto o sugli acquisti. Confermati anche i rischi di grooming (adescamento da predatori sessuali) e cyberbullismo, e il potere manipolatorio degli algoritmi.D’altra parte, però, dallo stesso report risultano effetti positivi, riferiti da ben il 48% degli adolescenti; ad esempio per la connessione con gli altri e per l’apprendimento. Alle stesse conclusioni è giunto un recente studio di una commissione governativa australiana, notando benefici soprattutto per i soggetti vulnerabili, con disabilità, appartenenti a comunità marginalizzate o residenti in aree remote.Insomma, si tratta di trovare il giusto equilibrio tra diversi diritti. Purtroppo, l’Europa (e il mondo) non ha ancora capito quale sia. Qui compreso il diritto alla privacy. «Il problema è come verificare l’età di tutti gli utenti, senza violare le regole Ue sulla privacy», spiega il giurista esperto di digitale Fulvio Sarzana: «La proposta Mennuni-Madia lega la verifica a sistemi come il wallet (portafoglio) digitale, che però collega in modo diretto l’identità della persona alla piattaforma. Questo apre due rischi che il Garante privacy segnala da tempo: tracciamento del minore e sorveglianza di massa su tutti gli utenti social, minori e adulti».In teoria è possibile una verifica dell’età che tuteli la privacy. È quanto avviene già in Italia con un sistema (detto a “doppio anonimato”) per bloccare l’accesso dei minori ai siti porno, tramite piattaforme specializzate. Bisogna vedere quanto sia applicabile ai social.Sta così acquisendo consenso un’altra posizione: piuttosto che vietare i social bisognerebbe renderli più sicuri, per i bambini e non solo. È quanto si legge in un appello alla Commissione Ue firmato, a luglio, da 170 tra associazioni ed esperti sotto il cappello di 5Rights Foundation (tra gli altri, Euroconsumers, Save the Children e il fondatore di Telefono Azzurro Ernesto Caffo, neuropsichiatra infantile). Chiede di limitare quegli algoritmi manipolatori; non solo nei social ma anche nei videogame e nei chatbot. 5Rights Foundation nota che le norme in Europa già ci sono ma bisognerebbe farle applicare; noi non abbiamo bisogno di mega cause come quella americana.A luglio la Commissione Ue è giunta alla “conclusione preliminare” di un’indagine secondo cui i design di Facebook e Instagram violano il Digital services act perché favoriscono comportamenti compulsivi. A febbraio era arrivata a conclusioni analoghe su TikTok.I tempi per un’eventuale sanzione sono incerti, però; ancora di più lo è il suo potere dissuasorio. Le big tech hanno una lunga storia di battaglie legali che si trascinano per anni contro le sanzioni Ue. Non depone bene poi che la Commissione abbia già sentito l’esigenza di rendere più espliciti i divieti contro queste pratiche: con il futuro Digital fairness act, previsto per fine anno. In questo garbuglio, in Italia come nel resto del mondo, resta inviolato il paradosso: tutti d’accordo che sia urgente tutelare i minori dallo strapotere delle piattaforme; tutti alla ricerca del modo migliore per farlo.