La devastazione della guerra a Gaza.

Ogni anno, quando lo Stockholm International Peace Research Institute pubblica il proprio Yearbook, l'esercizio non è mai puramente contabile. I numeri raccolti da SIPRI - spesa militare, trasferimenti di armi, arsenali nucleari, conflitti attivi - compongono una mappa delle priorità reali degli Stati, spesso più eloquente dei loro proclami diplomatici. L'edizione 2026 dell'annuario, dedicata agli sviluppi del 2025, coincide non a caso con il sessantesimo anniversario dell'istituto: un compleanno che il direttore Karim Haggag ha scelto di raccontare come l'ingresso in "una nuova era di disgregazione sistemica" della sicurezza globale, segnata dal ritorno della guerra su larga scala tra Stati tecnologicamente avanzati, dall'erosione delle alleanze a guida statunitense e dal collasso di quello che il rapporto chiama l'ordine nucleare globale, eroso su tre fronti: il crollo del controllo strategico degli armamenti, la crisi della non proliferazione e la perdita di credibilità della deterrenza estesa americana.

Un anno di conflitti raddoppiati

Il numero di Stati coinvolti in conflitti armati è sceso lievemente, da 50 nel 2024 a 49 nel 2025, ma il dato aggregato nasconde un cambiamento più significativo: i conflitti interstatali sono raddoppiati, da tre a sei, coinvolgendo almeno tredici Stati, tra cui Afghanistan e Pakistan, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Iran e il fronte israelo-statunitense, Russia e Corea del Nord contro l'Ucraina, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. Il filo che lega questi fronti è la rottura, sempre più frequente, del confine tra conflitto interno e guerra tra Stati; anche la guerra a Gaza, formalmente combattuta tra uno Stato e un attore che aspira alla statualità, si colloca in questa zona grigia.