Le foto sono parte di un reportage da Samarcanda scattato da Michela Balboni con Federico Borella sul pane locale, simbolo identitario e rituale. Tra stampi familiari, microclima unico e cottura nei tandoor, racconta gesti, tradizioni e un sapere che resiste nel tempo.
Sono talmente tante le storie, le leggende e i racconti mitologici su Samarcanda che tutti almeno una volta abbiamo pensato che non esistesse per davvero. Il nome stesso evoca luoghi remoti, avventure di mercanti, conquistatori, protagonisti di imperi lontani nello spazio e nel tempo. Tornando con i piedi per terra e un atlante alla mano, l’Uzbekistan è una meta di viaggio ancora molto richiesta e particolarmente affascinante. Per secoli è stata crocevia imprescindibile della Via della Seta, luogo di scambi tra Oriente e Occidente e al centro di una regione alquanto impenetrabile come l’Asia Centrale Sovietica. Grazie al suo splendore e alla sua bellezza, Samarcanda è soprannominata la città d’oro. Le infinite cupole mosaicate e colorate di blu, turchese, oro, giallo, la densità di moschee, madrase (scuole coraniche), mausolei ed edifici storici, ne fanno una città sfarzosa e regale.
Tra le tante unicità di questa meta, spicca una profonda tradizione sulla panificazione, che trova qui un’eredità molto antica, se non un culto vero e proprio. Camminando per strada si notano banchi stracolmi di grandi forme di pane, il non, dalle dimensioni decisamente più grandi di una nostra comune pagnotta. Ricordano vagamente delle ciambelle, senza buco, ma con un cornicione ampio e gonfio, quasi come quello di una pizza. Lucide, leggermente dorate, cave al centro per via degli stampi decorativi che le contraddistinguono. Questi possono indicare il singolo produttore o riportare alcuni motivi ricorrenti delle architetture locali.







