Bologna, 22 luglio 2026 – Sui cristalli crepati delle vetrine del centro di Bologna pare il ’77, ma sono passati ormai quasi cinquant’anni. Eppure: “Sbirro suicidato, mezzo perdonato”. E ancora: “Omicidio di Stato” con l’equazione che giustappone nomi e cognomi.

Ieri Francesco Lorusso, oggi Abderrahim Fakir. Poi “Morte alle guardie”: è il più gettonato, lo slogan non si conta. Quanto è inconsapevole l’alfabeto dei nipotini degli autonomi, gli eredi degli indiani metropolitani, oggi maranza, estremisti dei sindacati di base e ‘soliti’ collettivi antagonisti? Quanto di quei sabati rossi, i sabati di sangue che riportarono per la prima volta nel Dopoguerra i blindati in servizio di ordine pubblico, c’è nel lunedì di devastazione che ha messo a nudo, ancora una volta, la fragilità del Paese e di una città – Bologna – dove il conflitto finisce per far perdere di vista l’interesse generale?

Le auto in fiamme sembrano le stesse, ieri e oggi. Le strade della protesta sono le stesse, ieri e oggi. I lacrimogeni, gli idranti e le bombe carta sono gli stessi, ieri e oggi. I sampietrini e le brecce dei basoli, da rubare dai cantieri del tram e lanciare sugli agenti, sono gli stessi, ieri e oggi. Non c’è più l’eskimo, quello è scomparso, sì, sostituito dalle canotte nere e dalla maglia di Achraf Hakimi, il difensore del Marocco e del Paris Saint-Germain.