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Non basta la sbroccata dell’ex ministro Pd, Pierluigi Bersani, che non parla di morto a Bologna, ma di «ucciso», e se la prende con l’attuale maggioranza perché non avrebbe svolto il ruolo di poliziotto. A tornare sugli scontri nel capoluogo emiliano, successivi alla grande adunata per Fakir, è Romano Prodi. Il padre dell’Ulivo, intervistato dal Quotidiano Nazionale, si veste da avvocato del primo cittadino Matteo Lepore, ovvero l’amministratore che prima lancia l’appello a manifestare e poi si dimentica di avvertire la Prefettura. Fin qui, considerando le prese di posizione del campo largo degli ultimi giorni, nulla di sorprendente.

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La novità, invece, arriva quando l’ex presidente del Consiglio, dopo aver ricordato come la scorsa domenica si siano svolti due cortei totalmente diversi e isolati tra loro, alla domanda del giornalista su chi abbia messo a ferro e fuoco Bologna, si augura che «le identificazioni consentano al più presto di capire la matrice degli scontri». Un’affermazione che, come ben spiegato in un articolo a firma di Giovanna Ianniello, pubblicato sul Secolo d’Italia, ha un peso specifico. Che cosa intende dire il "Professore"? Non sono stati antagonisti, collettivi e centri sociali a compiere le devastazioni e gli attacchi alle forze dell’ordine, pur avendoli rivendicati? E, se non c’entrano nulla, come sembrerebbe suggerire il padre storico del mondo dem, chi è stato a ferire oltre 70 divise? Sarebbe, infatti, gravissimo se il centrosinistra facesse finta di non vedere come certi ambienti estremi possano diventare pericolosi, puntando invece il dito contro chi li combatte.