Chiuse le indagini per 16 presunti tombaroli di Isola Capo Rizzuto e i loro complici siciliani, esclusa l’aggravante mafiosa
ISOLA CAPO RIZZUTO – Non erano i tombaroli della ‘ndrangheta. L’inchiesta su un vasto traffico di reperti archeologici che sul finire dello scorso anno portò all’operazione Ghenos-Skyllethium è passata dalla Dda di Catanzaro alla Procura di Crotone. La sostituta procuratrice Enza Pace ha già fatto notificare a 16 persone l’avviso di conclusione delle indagini che, conformemente a quanto deciso dal Tribunale del riesame di Catanzaro, non contempla l’aggravante mafiosa. Perde un pezzo la maxi indagine condotta dai carabinieri del Gruppo Tutela Patrimonio Culturale. Sotto la lente è finito un presunto gruppo criminale stanziato a Isola Capo Rizzuto e dedito agli scavi clandestini nelle aree archeologiche di Capocolonna (Crotone), Roccelletta di Borgia (Catanzaro) e Monasterace (Reggio Calabria). Le posizioni di nove isolitani sono state accorpate a quelle dei presunti complici siciliani, che erano finiti nel mirino nella Procura di Catania.
L’ACCUSA
L’accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata all’esecuzione di scavi archeologici illeciti. Quali organizzatori sono indicati Vincenzo Godano e Roberto Filoramo. Sarebbero stati loro a programmare gli scavi di volta in volta, a intrattenere rapporti con il gruppo dei “siciliani” e a piazzare i reperti nel mercato illecito. L’aggravante mafiosa era stata contestata poiché alcuni indagati sono ritenuti vicini alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. Ma è stata accolta la tesi difensiva dell’insussistenza dell’aggravante mafiosa. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Lorena Corasaniti, Roberto Coscia, Domenico Magnolia, Salvatore Perri, Mario Prato, Virgilio Prin Abelle, Luigi Villirilli e altri. Contestate anche accuse di deturpamento dei siti archeologici e riciclaggio.










