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Ultimo aggiornamento: 18:24

“La priorità sono i carcerati e quello che resta dopo ce lo dividiamo noi”. L’intercettazione finita nell’inchiesta “Libeccio” rende l’idea di come i boss di Isola Capo Rizzuto, mentre erano detenuti, riuscissero a gestire gli affari del clan: dalle estorsioni al traffico di droga, passando per le frizioni avvenute dietro le sbarre. Martedì all’alba è scattato il blitz dei carabinieri di Crotone e del Ros che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla giudice per le indagini preliminari, Arianna Roccia, su richiesta della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Salvatore Curcio. In manette sono finite 19 persone (18 in carcere e una ai domiciliari), indagate a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione, rapina impropria, accesso indebito ai dispositivi idonei alla comunicazione da parte dei soggetti detenuti e traffico di droga. Il provvedimento di arresto è stato eseguito non solo in provincia di Crotone, ma anche nelle strutture carcerarie di Catanzaro Siano, Tolmezzo, Spoleto, Cassino e Napoli Secondigliano.

Al centro dell’inchiesta c’è il boss Pasquale Manfredi, detto “Scarface”, affiliato alla cosca Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. È il figlio di Mario Manfredi, ucciso in un agguato nel 2005. Nonostante una condanna definitiva a 15 anni di carcere per mafia e un’altra condanna, non definitiva, all’ergastolo per omicidio, Scarface dal regime di alta sicurezza nel carcere di Napoli faceva tutto: concludeva affari, interveniva sul trasferimento dei detenuti da una casa circondariale all’altra e dirimeva questioni familiari.