Parlavano di andare a “raccogliere finocchi” oppure “asparagi”, oppure di “battute di caccia”. In realtà si organizzavano per spogliare progressivamente i siti archeologici di Capocolonna (Crotone), Scolacium (Roccelletta di Borgia), Kaulon (Monasterace) e altri vicini, di preziosi reperti ancora sepolti e che per mancanza di fondi solo con estrema lentezza e solo in alcuni casi si stanno cercando.

Una squadra di undici persone, fra tombaroli, ricettatori e organizzatori del traffico di reperti è stata individuata e fermata nei giorni scorsi a Isola Capo Rizzuto e a tutti è stata contestata anche l’aggravante mafiosa. Quei reperti – hanno scoperto i carabinieri, coordinati dalla procura di Catanzaro – venivano cercati, trafugati e venduti con l’avallo, se non su mandato, della cosca Arena. Il gruppo – hanno scoperto inquirenti e investigatori, coordinandosi con i colleghi di Catania – faceva parte di una rete ben più ampia, attiva fra Calabria e Sicilia, che negli anni ha progressivamente spogliato decine di siti archeologici.

Per capire la portata dei danni, basta guardare i numeri dei sequestri eseguiti in una prima fase d’indagine: 10 mila reperti archeologici, di cui circa 7mila monete antiche riconducibili a diverse tipologie di conio raro, di epoca greca emesse nei territori della Magna Grecia e della Sicilia, battute dalle zecche di Heraclea, Reggio, Selinunte, Katane, Siracusa, Panormos e Gela. Un altro gruppo di monete bronzee arriva invece della cuspide nord-orientale della Sicilia, quali Calactae, Alaesa Archonidea, Alontion e Tyndaris, quasi tutte in eccellente stato di conservazione. E poi centinaia di reperti fittili, tra cui crateri integri a figure nere e rosse, chiodi e frammenti, fibule protostoriche, anelli in bronzo, pesi, monete rudimentali (aes) in bronzo con globetti indicanti il valore ponderale e/o nominale, fibbie, punte di freccia e askos buccheroide.