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Ultimo aggiornamento: 16:13
Due distinte operazioni delle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro e Catania hanno svelato un imponente traffico illegale di reperti archeologici nel Mezzogiorno, smantellando due organizzazioni strutturate che saccheggiavano sistematicamente parchi e siti di alto valore storico. A conclusione delle indagini condotte dai carabinieri del Comando Tutela patrimonio culturale, sono stati emessi complessivamente 56 provvedimenti cautelari.
In Calabria le misure sono undici – due in carcere e nove ai domiciliari – mentre in Sicilia sono state quarantacinque: nove in carcere, quattordici ai domiciliari, diciassette obblighi di dimora, quattro obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria (due dei quali notificati all’estero) e una sospensione dall’esercizio d’impresa per il titolare di una casa d’aste coinvolta nel traffico. Proprio in Sicilia è stato eseguito il sequestro più ingente: migliaia di reperti per un valore stimato di 17 milioni di euro.
L’inchiesta catanzarese, coordinata dalla Dda e condotta dal Nucleo Tpc di Cosenza, è partita dalla scoperta di numerosi scavi clandestini in aree archeologiche protette. Gli investigatori hanno ricostruito un flusso illecito di reperti provenienti dai parchi nazionali di Scolacium, dell’antica Kaulon e di Capo Colonna. Per sfruttare economicamente il mercato illegale, secondo la procura, la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto avrebbe arruolato dall’esterno appassionati ed esperti del settore, capaci di operare in contesti specialistici normalmente inaccessibili all’organizzazione mafiosa.






