Chiedono di «attualizzare le lotte», le analisi e i rilanci dell’anniversario, ma per dare forza alla memoria del G8 di Genova 25 anni dopo basta molto meno, bastano – c’è chi le chiama – «le ferite aperte di questo mondo». Così racconta il giorno del ricordo della morte di Carlo Giuliani, in quella piazza Alimonda che ogni luglio viene (re)intitolata a colpi di pennarello sulla targa al manifestante ucciso negli scontri seguiti alle cariche delle forze dell’ordine del 20 luglio del 2001.

Una commemorazione per oltre mille persone, nella piazza simbolo della repressione di allora, dove la richiesta di ogni anno – «Mai più» – diventa pure più urgente nelle cronache di giornata. Da Bologna, per prima, la notizia della mobilitazione per chiedere giustizia per Abderrahim Fakir, il 42enne morto sotto casa durante un’intervento di polizia. «Un altro morto nelle mani dello Stato», è l’appello, «che non possiamo dimenticare».

Il silenzio delle 17 e 27, l’ora esatta dello sparo del carabiniere Mario Placanica che 25 anni fa uccise Carlo Giuliani, è così forse l’unica, vera chiamata del passato. «Il senso di questa giornata è duplice», spiega la stessa Heidi, mamma Giuliani: «da una parte si ricorda quello che è successo, dall’altra si riflette sul perché i temi di allora siano ancora tutti così tragicamente presenti oggi».