di
Stefano Landi
Oggi di Carlo Giuliani resta il ricordo, diviso tra l'eterno dibattito di quelli del «se stava a casa» e di chi ne ha fatto un simbolo di resistenza
Alle 17,27 del 20 luglio a Genova c’è chi è in piazza a sfilare sotto il sole. Chi è barricato in casa e pensa solo alla salute della macchina parcheggiata. Chi ha dovuto chiudere il negozio per ordine pubblico ed è ancora lì che «belin che danno». Chi è ancora in ufficio e pensa alle vacanze. Chi sta andando a Torino per il concerto degli U2. Molti sono ancora in spiaggia. Tutti parlano di quel ragazzo steso per terra in una pozza di sangue.
Il G8 di Genova è stato rumore. Tre giorni. 72 ore. Il corpo di Carlo Giuliani è l’unica cosa che ricordiamo immobile. Come se la città, il mondo intero, si fossero fermati a chiedersi: «Ma cosa stiamo facendo?». A 25 anni di distanza è ancora uno di quei momenti che divide destra e sinistra, giovani e anziani. Ricchi e poveri. Militanti e disimpegnati. Uno di quei momenti però che resta nella mappa geografica dei ricordi. Come per le Torri Gemelle. Dov’ero durante quel G8?











