Venticinque anni dopo, i fatti del G8 di Genova restano una delle pagine più buie dell’Italia repubblicana. Sono indelebili nella memoria collettiva i pestaggi e gli abusi nella caserma di Bolzaneto e la "macelleria messicana" della scuola Diaz: ferite che costarono all'Italia le condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo per le violenze commesse dalle forze dell’ordine e per l'assenza, all'epoca, di un reato di tortura nel codice penale. Poi le strade devastate, i manganelli e le sirene. E il corpo senza vita di un ragazzo, il 23enne Carlo Giuliani, sull’asfalto di piazza Alimonda.
Per anni si è tentato di ricostruire le vicende di quelle proteste pacifiche, lanciate dal movimento no-global in occasione del vertice dei capi di Stato e di governo degli 8 Paesi più industrializzati, poi trasformatesi in un incubo di abusi e torture. Il vertice si svolse pochi mesi prima degli attentati dell’11 settembre, in un momento storico segnato dal dibattito sulla globalizzazione economica, sulle disuguaglianze e sul ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali. Il movimento no-global che si mobilitò attorno al vertice era molto eterogeneo: ambientalisti, pacifisti, sindacati, cattolici e collettivi radicali. Fu il Genoa Social Forum - che riuniva molte delle anime del movimento - a organizzare le manifestazioni alternative al summit per portare l’attenzione sulle grandi ingiustizie globali.











