Attaccati dalla stampa e dai benpensanti durante i due mesi di prove ad Avignone, censurati dalle autorità che avevano bloccato la messa in scena dello spettacolo "Paradise Now", i membri del Living Theater manifestano una prima volta contro queste vessazioni il 19 luglio (siamo nel 1968, nel pieno quindi della contestazione e a due mesi dal Maggio Francese, le cui idee dal Living sono condivise totalmente), e una seconda il giorno seguente, il 20. Nelle intenzioni sarebbe dovuta essere una manifestazione pacifica, ma le forze dell’ordine caricano e, nello stesso momento, gruppi di estrema destra assaltano l’università locale, dove sono alloggiati gli attori della compagnia insieme ai fondatori e animatori del Living, Julian Beck e Judith Malina.
Paradise Now rappresenta forse il primo grande esperimento di deteatralizzazione, teso ad abbattere le barriere tra pubblico e attori, platea e palco, e il più intransigente, inflessibile tentativo della censura di mettere a tacere voci e idee considerate pericolose. Non c’è mai stata un’opera teatrale perseguitata agli stessi livelli. Ma cosa faceva tanta paura?
Faceva paura tutto. La novità degli attori seminudi dall’inizio alla fine. Il messaggio che trasmettevano con le loro dichiarazioni sulle varie forme di repressione ("Non ho il diritto di viaggiare senza passaporto", "Non posso fermare le guerre", "Non posso vivere senza denaro"…). La volontà di proporsi come strumento per una seria presa di coscienza e liberazione (agli spettatori veniva consegnato un foglio con cui potevano seguire quanto accadeva sul palco, cioè gli “otto gradini” della liberazione, ciascuno composto da un rito, una visione, e infine un’azione, a cui veniva invitato a partecipare anche il pubblico). E, a scandalizzare ancora di più, la conclusione dell’opera: dopo il grido di Julian Beck "Il teatro è nella strada!", tutti giù insieme, attori seminudi e spettatori ormai non più tali, a sfilare per le vie in gioiosa processione.








