C’è una recente denuncia di Elly Schlein, troppo in fretta accatastata tra le dichiarazioni spettacolari che la politica dell’avanspettacolo produce, che forse merita di essere approfondita; e la retorica insita in questo inizio di pezzo sta qui a dirvi, neanche tanto velatamente, che L’Espresso ha scelto di approfondire: «Ovvio che c’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi. Poi io sconto anche il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere quarant’anni. Ma andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione», proprio così, sul muso della direzione nazionale dem riunita al Nazareno, non esattamente una congrega di eversori.Per prima cosa, bisogna intendersi sul concetto di «establishment»: classe dirigente o sistema di potere o la loro vischiosa combinazione? Per usare l’espressione della segretaria del Partito democratico, è ovvio che una giovane politica voglia farsi percepire più vicina ai cittadini che a questa antipatica, prepotente, riprovevole, e spesso anonima, classe dirigente. Ovvio. E i racconti strazianti degli ultimi leader – non previsti come Elly – non li abbiamo scordati: il terribile quartiere romano di Garbatella, il contado fiorentino non occupato dai comunisti, la periferia più scalcinata del napoletano, l’avvocato del popolo allevato in una terra santa. Nient’altro che propaganda. Però per Elly Schlein, cresciuta a Lugano in una agiata famiglia di accademici e professori con avi molto illustri e cosmopoliti, non funziona.Allora perché Schlein – al di là della ovvia, ripetiamo, convenienza politica – si schiera contro l’establishment chiamando in causa tutti quelli che, implicitamente, si sentono establishment? Ovvio, scusate: perché sta attraversando quel periodo di inevitabile crescita da leader movimentista a leader governista, e lo deve convincere l’establishment, marginale, anzi dannoso per vincere le elezioni, ma necessario per governare e durare governando.Vi stupirà sapere che nei dem si teme – e probabilmente lo teme anche la segreteria – che l’establishment le preferisca Giuseppe Conte, due volte presidente del Consiglio con alleati diversi, meno estraneo, meno enigmatico, s’è già sporcato con nomine e cordate, s’è già contaminato con altrui classi dirigenti. Non per deludervi e ammettere che ciò che s’è scritto fino a questo snodo del testo è abbastanza pleonastico, se non proprio superfluo, ma per concentrarsi sul quesito che sottende lo sfogo (possiamo chiamarlo sfogo?) di Elly Schlein: che rapporto ha la segretaria del principale partito di opposizione con l’establishment in carica, industriali, sindacati, militari, apparati, dirigenti, imprese, investitori? Sin dal principio Schlein si è presentata agli elettori democratici come alternativa al governo Meloni, quel tipo di alternativa che non condivide, che non inciucia, che non si accontenta di piazzare un vicedirettore al telegiornale o di far promuovere un colonnello. Dunque sin dal principio (12 marzo 2023), e per lungo tempo, con l’establishment in carica Schlein ha avuto un rapporto nullo o quasi nullo. Al contrario, Schlein ha avuto una cura maniacale della sua immagine di «donna progressista, donna di quarant’anni, donna che sta con un’altra donna» e su queste basi – inclusione, migranti, diritti civili, affiancare i deboli – ha fondato la sua “leadership reputazionale”.Spiega un autorevole esponente dem: «Proprio per proteggere la sua “leadership reputazionale”, che è il presupposto del suo successo interno ed esterno, ha evitato di sporcarsi con il potere. Per Elly anche una multa per divieto di sosta potrebbe compromettere la sua “leadership reputazionale”». Prudente con il potere oppure indifferente al potere, fatto sta che a un certo punto – almeno da un anno, con più vigore dal referendum costituzionale – la segretaria dem ha compreso che la “leadership reputazionale” non è sufficiente per governare: l’establishment va affrontato.Oggi il consenso nel partito di Schlein è di oltre il 90 per cento; tre anni fa con le primarie era del 34 per cento fra gli iscritti e del 54 per cento fra gli elettori. Vero, il partito è conformista (leggasi opportunista), ma anche complesso e Schlein l’ha ammansito rinunciando alla guerriglia quotidiana che caratterizza questa organizzazione politica dal primo vagito: pax vobiscum, la pace sia con voi. E in ossequio a questa promessa, la segretaria ha persino agevolato l’indicazione di Pina Picierno, poi fuoriuscita, a vicepresidente del parlamento europeo.Poiché funzionali al compito e senza distinguere tra maggioranza e minoranza, Schlein s’è servita di ex ministri o ex viceministri per allargare le sue relazioni, filtrare le informazioni del governo, saggiare l’establishment in carica. Per citarne alcuni, Lorenzo Guerini, Antonio Misiani, Francesco Boccia, Vincenzo Amendola. Come funziona: riunione allargata con un dirigente o un militare o un’azienda, la segretaria partecipa con Misiani o Guerini o altri e poi delega a uno o più parlamentari la gestione ordinaria di quell’argomento. Con questa impostazione ottiene un doppio risultato: si mostra preparata sui temi, non eccede con i contatti interpersonali, e quindi si tiene libera per il futuro.Ancora l’autorevole esponente dem: «L’establishment è abituato a trattamenti più informali che aiutano a “empatizzare”. Può sembrare ipocrita, perché ciascuno si muove secondo le proprie esigenze e i propri calcoli, ma empatizzare a volte è un elemento decisivo». Sarà che la segretaria non è ancora pronta a dare confidenza al misterioso establishment? Dipende. Per esempio con Emanuele Orsini di Confindustria, sarà per l’accento emiliano, c’è un’ottima complicità. Comunque da almeno un anno e pure in modalità più riservata, la segretaria incontra dirigenti e investitori, sindacati e imprenditori, diplomatici e istituzioni. Sente abitualmente Romano Prodi (che forse si aspettava maggiore costanza), sente con frequenza Paolo Gentiloni, ascolta le idee di Dario Franceschini, s’è vista a giugno con Mario Draghi. Insomma, la segretaria dem predica e pratica un certo ecumenismo, non vuole scontenti e ignora, o cerca di recuperare, chi la critica. E le premesse per compilare liste elettorali senza tensioni sono buone, su questo sono d’accordo tutti. Elly non ha una sua classe dirigente da imporre e non ha cambiali da saldare con questo o quel «pezzo di establishment», è un prodigio – o un limite, valutate voi – a tre anni e mezzo dal non pronosticato arrivo al Nazareno e, soprattutto, a una manciata di mesi dal voto. Spendere un sorriso con Draghi o con Prodi, però, non definisce un leader: i temi si interpretano, non si affastellano. Che idee ha tratto Schlein dai colloqui con Draghi o con Prodi e come intende valorizzare le esperienze di Franceschini o di Gentiloni? Pare un aspetto collaterale, se l’album delle figurine è ordinato e completo, invece è la sostanza di un’azione politica.Se c’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi è perché ha paura di perdere poltrone e potere, ovvio, ma è altrettanto ovvio che quel pezzo di establishment è spaventato da una domanda ancora senza risposta: che tipo di Italia e di establishment ha in mente la segretaria Elly Schlein candidata alla presidenza del Consiglio?