La sorella di Abderrahim Fakir è furibonda. Non chiede giustizia, ma vendetta. Non si appella alla magistratura italiana, ma al Re del Marocco. Anche i poliziotti che ieri procedevano ai rilievi di rito ammettevano però che le sue parole vanno interpetate nel contesto del lutto che ha appena vissuto. Aveva da poco visto il corpo del facchino 42enne, arrivato a Bologna per passare il weekend con lei, essere caricato su un furgone della medicina legale per essere trasportato all’obitorio. Era stata chiamata sul posto quando ormai il decesso era già stato certificato. Non sa bene cosa sia successo, ma è convinta che sia stato picchiato e ucciso dagli agenti intervenuti per arrestarlo. Si appella ai testimoni dei palazzi che sovrastano la scena di un fermo di polizia dagli esiti drammatici. Riceve la solidarietà di molti politici di area progressista, dai genitori di Federico Aldrovandi, nonché della comunità del vicinato, che all’imbrunire ha marciato con lei in una manifestazione pacifica e intonato cori contro le forze dell’ordine. «Qua ci ammazzano tutti i giorni! Ammazzano i nostri figli! Abbiamo bisogno dell’aiuto del nostro Re, anche per vendicare mio fratello – ha detto la donna visibilmente agitata, chiamando in causa la monarchia marocchina ed appoggiandosi fisicamente al suo secondo fratello, che conviveva con la vittima sull’Appennino emiliano –. Io non mi darò pace finché non avrò vendetta per mio fratello, perché non hanno avuto pietà di lui». "Lo hanno aggredito i poliziotti” Poi, ha proseguito: «Quello che è successo non lo sappiamo. Lo sanno loro (in riferimento agli agenti, al momento ancora operativi sul posto). Noi siamo stati chiamati che era già morto. Lo hanno ammanettato e picchiato. Ci sono i testimoni! Tutti gli abitanti di questi palazzi sono testimoni. Lo hanno aggredito loro. Lo hanno ammazzato loro. Lo hanno ammazzato e picchiato loro». La versione ufficiale, diffusa dalla Questura di Bologna, parla di diverse chiamate di residenti per una persona molesta in strada. Poi, anche dell’aiuto spontaneo di alcuni passanti di origine straniera, per bloccare un uomo che non era collaborativo e avrebbe continuato a dare in escandescenza anche davanti ai poliziotti. Il video di cinque minuti ripreso da un testimone, mostra un intervento quantomeno poco protocollare, a cui partecipano dei normali cittadini, con gli agenti che sovrastano il corpo dell’arrestato potenzialmente schiacciandolo, e con quattro paramedici dell’ambulanza che restano immobili senza rilevare i segnali critici della vittima. Tuttavia, non si vedono percosse, ma costrizione e resistenza. Va tenuto conto poi che si tratta solo di un frammento di cinque minuti, di un episodio che, stando ai registri del 118 bolognese, è incominciato alle 12,30 e si è concluso sette minuti prima dell’una di ieri. Quanto accaduto prima che Abderraim Fakir fosse immobilizzato a terra, ora è all’attenzione della procura e di un’indagine interna dell’Ausl. Un testimone del quartiere popolare in cui si sono svolti i fatti, però, ha raccontato che quest’uomo nato a Casablanca, in Italia dall’età di 7 anni, titolare di un’impresa di facchinaggio, non ha mai aggredito né infastidito nessuno, nemmeno prima che arrivasse la volante: «Ha sempre e solo chiesto aiuto, lui non ha fatto nulla contro la polizia. Era un po’ agitato, poi non so cos’è successo e qualcuno nel condominio ha chiamato il 113». Molte le voci che chiedono di fare «piena luce», come il padre di Federico Aldrovandi, Lino: «Voglio che le indagini partano subito e ci sia piena trasparenza». Suo figlio fu ucciso brutalmente durante un fermo di polizia a Ferrara il 25 settembre 2005. Aveva 18 anni.