Pubblicato il: 19/07/2026 – 17:11
«Ci sono domeniche che il tempo non riesce a consumare. Domeniche che non appartengono più al calendario, ma alla coscienza di una Nazione. Anche quel 19 luglio 1992 era una calda domenica d’estate. Come ogni domenica, Paolo Borsellino si recò a trovare sua madre in via D’Amelio. Un gesto semplice, profondamente umano, che raccontava l’uomo prima ancora del magistrato. Alle 16.59, il fragore di novanta chilogrammi di esplosivo non spezzò soltanto una strada di Palermo: spezzò il cuore dell’Italia»: inizia così la riflessione della Garante Regionale e Coordinatrice Nazionale del Forum dei Garanti Regionali Avv. Giovanna Francesca Russo trentaquattro anni dopo Via d’Amelio.«Con lui morirono cinque servitori dello Stato: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Non caddero soltanto delle persone: fu colpita l’idea stessa di uno Stato che aveva scelto di combattere la mafia senza arretrare. Eppure quel tritolo non riuscì a distruggere ciò che Paolo Borsellino aveva già consegnato alla storia: la forza invincibile dell’esempio».
La memoria non è nostalgia
«A trentaquattro anni da quella strage, Via d’Amelio continua a interrogarci. L’agenda rossa scomparsa, le verità ancora incompiute, i depistaggi che hanno ferito la giustizia e la Repubblica ricordano che una democrazia autentica non teme la verità: la cerca, sempre. Questo anniversario custodisce per me anche un ricordo personale. Ero una bambina. Rivedo mia madre, fermarsi davanti al telegiornale e pronunciare poche parole che non ho mai dimenticato: «No… perché? Ancora?». Quel dolore silenzioso è rimasto inciso nella mia memoria. Ci sono immagini che, anche quando siamo piccoli, diventano il primo insegnamento di una vita e seminano dentro di noi il senso della giustizia».«Perché la memoria – aggiunge la garante – non è nostalgia. La memoria è responsabilità. Paolo Borsellino ci ha insegnato che il male teme soltanto chi non è disposto a piegarsi. Quando un uomo viene combattuto perché cerca di estirpare il male, significa che quel male è stato colpito nel suo cuore. Per questo Borsellino non è stato sconfitto. Lo sarebbe stato soltanto se avessimo smesso di credere nei valori per i quali ha donato la propria vita».«Oggi il male continua a cambiare volto. Si nasconde nell’indifferenza, nell’opportunismo, nella ricerca del favore personale, nella cultura della scorciatoia. Per questo la lotta alle mafie non può essere affidata soltanto ai tribunali: è una responsabilità culturale, educativa e morale che appartiene a ciascuno di noi. Lo dobbiamo soprattutto ai giovani, ai quali Paolo Borsellino dedicava tempo, ascolto e parole di verità, convinto che una società capace di educare le nuove generazioni alla libertà e alla responsabilità renda la mafia sempre più debole».











