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Quando gli uccisero il fratello, Salvatore aveva cinquant’anni. E in quel mezzo secolo aveva temuto chissà quante volte di dover piangere Paolo che il 19 luglio del 1992 un’autobomba parcheggiata in via D’Amelio si portò via con gli agenti della scorta. Ma Salvatore Borsellino non si arrende e da 34 anni prosegue la sua battaglia per la ricerca di verità e giustizia sulla strage in cui furono massacrati il magistrato e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina. «Non abbiamo ancora ottenuto giustizia e verità - dice Salvatore Borsellino - Anzi, nelle giornate delle commemorazioni purtroppo vengono fuori tante cose non proprio piacevoli. Ho cercato di leggere e ascoltare il meno possibile sulla recente visita di Meloni a Palermo. Le persone alla corte del Presidente del Consiglio per ottenere favori e finanziamenti, non rispecchiano il mio modo di vivere». Querelato Mario Mori - per avere affermato che l’agenda rossa del magistrato, scomparsa dopo l’attentato, si dovrebbe cercare negli uffici o nell’abitazione dell’ex generale dei carabinieri - Salvatore Borsellino osserva «che finalmente davanti a un giudice si potrà tornare a parlare di quella agenda rossa sottratta dall’auto di Paolo, non da mani mafiose ma da una persona che vestiva una divisa dello Stato. La pecca fondamentale della commissione nazionale Antimafia è voler separare la strage di via D’Amelio dalle altre stragi, ma credo che tutto ciò sia sbagliato oltre che assurdo».










