Pochi chilometri di distanza, due modi opposti di fare agricoltura. Da una parte le aziende raggiunte dalla rete irrigua alimentata dalla diga di Montedoglio, dall’altra quelle che l’acqua la aspettano ancora. Una differenza che oggi significa costi, qualità delle produzioni e tenuta economica di fronte a estati sempre più calde. "Per noi l’acqua di Montedoglio è ancora un miraggio", racconta Vincenzo Boldi, titolare di un’azienda agricola di Castiglion Fiorentino specializzata in ortaggi. Lui utilizza l’acqua del fiume dall’Allacciante di Sinistra, senza poter contare sull’irrigazione programmata della rete consortile. "Essere collegati all’infrastruttura del Consorzio sarebbe strategico: potremmo ottenere produzioni più pregiate e, grazie alla pressione con cui la risorsa viene distribuita, irrigare più appezzamenti insieme, riducendo costi di manodopera, tempi e consumi di gasolio". Situazione opposta ad Anghiari, dove l’azienda di Federico Maurizi coltiva tabacco, grano, foraggi e fieno e l’acqua della diga alimenta gran parte dei terreni. Lo conferma anche Graziano Tavanti, che produce mele, pere, pesche e ortaggi.
A raccogliere l’appello è Cia Agricoltori Italiani Arezzo, che a pochi giorni dal confronto con il Consorzio di Bonifica 2 Alto Valdarno chiede di accelerare gli investimenti. Il direttore Massimiliano Dindalini indica le priorità: "Completare la distribuzione verso le aree ancora escluse, recuperare i piccoli invasi collinari e montani e realizzare la diga sull’Ambra". Cia chiede infine di contenere il costo dell’acqua irrigua.










