Tra cento giorni Israele andrà alle urne per scegliere il proprio destino. Qualsiasi sarà il risultato, è un voto storico. Nessuna elezione precedente ha concentrato nello stesso appuntamento così tanti fattori: il trauma del 7 ottobre, l’agonia per gli ostaggi, tre anni di guerra tra Gaza, Libano e Iran, lo sfinimento dei riservisti, l’abbandono percepito dalle comunità di confine e una crisi di fiducia che non risparmia più nemmeno l’esercito. Anche la data è una ferita: 27.10 contiene 7.10.
Netanyahu, colpo di testa e telefonata di Milei: "Tifiamo Argentina"
Per l’opposizione, il voto è l’ultimo miglio di un’attesa cominciata più di mille giorni fa nelle piazze contro la riforma giudiziaria. Per una parte del Paese è diventato una questione esistenziale e identitaria che potrà avere, a seconda dell’esito, una ricaduta persino terapeutica: cambiare governo per tornare a guardare avanti. Da qui nasce anche la battaglia per una commissione d’inchiesta statale indipendente sul 7 ottobre, a cui si oppone il premier Benjamin Netanyahu sostenendo che sarebbe di parte, a suo danno: senza stabilire le responsabilità, Israele non riuscirà a ritrovare l’orientamento. Ma il disorientamento è difficile da misurare. Un sondaggio trasmesso ieri dal Canale12 israeliano ci viene incontro: il 23% del campione intervistato considera l’idea di lasciare il Paese in caso di rielezione di Netanyahu.












