Il 27 ottobre 2026 gli israeliani non decideranno soltanto chi governerà. Dovranno scegliere quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita: ricostruire lo Stato e la sua democrazia, oppure trasformare l’emergenza in una condizione permanente di governo. Sarà una delle elezioni più importanti della storia d’Israele. Da una parte il rilancio delle istituzioni, dei contrappesi e del primato della politica sulla forza; dall’altra il progetto autoritario e di guerra permanente della coalizione di estrema destra di Benjamin Netanyahu.

Il sistema elettorale israeliano, di suo, resiste sempre alle semplificazioni. Si votano liste in un unico collegio nazionale. I 120 seggi della Knesset sono distribuiti tra quelle che superano il 3,25 per cento dei voti. Ne esce ordinariamente la fotografia caleidoscopica di una società di laici e religiosi, ebrei e arabi, metropoli, kibbutz e periferie.

La fotografia da sola non governa. Dopo il voto serve sempre (e servirà anche stavolta) la paziente composizione politica della differenze, e l'aggregazione di almeno 61 seggi intorno a un programma e a un’idea di Paese.

La maggiore novità della campagna elettorale finora è Gadi Eisenkot. Con il nuovo partito Yashar, l’ex capo di Stato maggiore contende al Likud il primato nei sondaggi. Porta autorevolezza militare, lutti familiari e un linguaggio di responsabilità istituzionale: commissione di inchiesta sul 7 ottobre, uguaglianza nel servizio, sicurezza liberata dall’idea della guerra come fine in sé.