Il 27 ottobre, a tre anni e venti giorni dall’orrore del 7 ottobre, Israele tornerà al voto.
E lo farà in un contesto profondamente cambiato.
Se alla vigilia degli attentati del 2023, Israele era un Paese politicamente conflittuale, capace di ripetere cinque elezioni in tre anni e di dare vita a manifestazioni di protesta frequenti e partecipate contro l’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, ma solido, forte e stabilmente agganciato all’occidente, oggi Israele appare diverso.
Gli attentati hanno scosso e traumatizzato l’opinione pubblica, ferita oltre che dal lutto, anche dall’umiliazione; la guerra che dal 7 ottobre è scaturita contro Hamas non ha raggiunto praticamente nessuno degli obiettivi che si era prefissata, e tanto meno lo hanno fatto quella contro l’Iran o contro il Libano; il posizionamento internazionale di Israele è sempre più fragile, dal momento che molti Paesi europei, come la Francia, celano con sempre maggiore difficoltà la loro distanza da Tel Aviv, e che persino i rapporti con gli USA di Trump si sono fatti complicati.
Eppure, in questo quadro profondamente cambiato, in cui, nella storia di Israele sembra esserci un pre e un post 7 ottobre, l’unica cosa che potrebbe restare invariata è il nome di chi guida il Paese.













