Di recente Wang Hui, intellettuale cinese, considerato uno dei più influenti intellettuali pubblici della Cina contemporanea e una figura di primissimo piano nel dibattito teorico globale – e di cui manifestolibri ha tradotto Il nuovo ordine cinese e La questione tibetana tra Est e Ovest, è stato insignito dall’assegnato dall’Accademia dei Lincei del Premio Internazionale Feltrinelli (nella categoria Scienze Morali e Storiche) per aver svelato le radici storiche della modernità cinese. In questa occasione lo abbiamo intervistato.

Wang Hui (Ap)

Con Wang siamo partiti dalla modernità, un tema a lui molto caro, di cui ha indagato le specificità cinese nella sua opera The Rise of Modern Chinese Thought: “A partire da Max Weber – racconta Wang – gli intellettuali europei hanno fornito molteplici interpretazioni e riflessioni sulla modernità, seguendo percorsi teorici differenti. Eppure, di fronte alla sfida rappresentata dalla Cina, molti continuano a partire dai propri schemi abituali – Stato-nazione, capitalismo liberale, democrazia rappresentativa, secolarizzazione, ecc. – per interpretare lo sviluppo cinese come una “deviazione” o una “anomalia”. Il risultato è l’esagerazione o l’essenzializzazione di concrete contraddizioni geopolitiche e di conflitti di interesse economico, trasformati in un’ostilità intrinseca tra civiltà, negando la possibilità di coesistenza tra diverse tradizioni storiche e forme istituzionali – vale a dire, la possibilità di un mondo multipolare. La teoria dello scontro delle civiltà è legata a modalità cognitive profondamente radicate: essa offusca le molteplici crisi che le stesse società occidentali si trovano ad affrontare e ignora la diversità di pensiero e l’ibridità istituzionale interne alla Cina, in particolare i profondi legami tra il suo percorso moderno e i processi globali dominati dall’Occidente”.