Stati Uniti e Iran scivolano verso il punto di non ritorno, e nessuno nella comunità internazionale sembra avere la forza, o la volontà, di fermare l’escalation. Da sette giorni Washington colpisce il sud e anche il nord dell’Iran, mentre Teheran risponde colpendo gli interessi Usa nei paesi limitrofi.
Ogni ora che passa avvicina le due parti a una guerra totale in Medio Oriente, un conflitto che, se non arginato, rischia di travolgere l’intero scacchiere internazionale. Il prezzo più alto lo pagheranno, come sempre, gli iraniani con la vita, i cittadini dei paesi più fragili con la povertà, e infine anche l’Occidente, alle prese con inflazione e carovita.
I NEGOZIATI, ORMAI, sono un ricordo che si sbiadisce a ogni nuovo attacco: resta solo la cronaca di una guerra che ha il sapore amaro della follia umana. Tra venerdì e sabato l’offensiva statunitense si è intensificata, spingendosi ben oltre le coste del Golfo Persico fino a colpire obiettivi nell’entroterra iraniano. Tra i raid più distruttivi, quello contro l’impianto di desalinizzazione Bunji, nella città portuale di Jask, dove sono stati colpiti una stazione di pompaggio e un trasformatore elettrico: circa 10.000 abitanti, distribuiti in una ventina di villaggi, sono rimasti senza acqua potabile.













