In un’intervista rilasciata lo scorso anno in occasione del National Book Award, lo scrittore libanese Rabih Alameddine identificava due tipi di narrazioni: il romanzo-casa, costruito pezzo su pezzo, un mattone alla volta, secondo una precisa pianificazione e in ossequio alle leggi dell’architettura narrativa; e il romanzo-tappeto, intessuto di fili che si diramano e si intrecciano in maniera apparentemente casuale, in modo che sembrano portare ognuno a destinazioni diverse, ma alla fine compongono un unico disegno. Dopo aver osservato che la maggior parte dei romanzi dell’Ottocento e anche dei grandi romanzi contemporanei appartiene alla prima categoria, Alameddine concludeva: «Io però preferisco i romanzi che sono fatti di fili che vanno qua e là. E alla fine ciò che risulta non è una casa, ma un tappeto – un bel tappeto persiano».

Che la sua preferenza vada a questo tipo di narrazione è evidente nel suo ultimo lavoro, La vera storia di Raja il Credulone (e di sua madre) (traduzione di Licia Vighi, La nave di Teseo, pp. 384, € 20,00), una saga familiare tragicomica ambientata in Libano, in cui si raccontano i casi del sessantatreenne Raja, professore di filosofia, gay, riservato e amante della solitudine, e di sua madre Zalfa, «l’impensabile e impossibile tredicesima fatica» di Ercole, esuberante e volitiva, con cui divide un minuscolo appartamento a Beirut.