È stata una strana amicizia quella che ha legato Wittgenstein e l’architetto Paul Engelmann durante gli anni della loro formazione spirituale. Strana perché nata sotto il segno dell’architettura – si erano conosciuti nel 1915 per l’intermediazione di Adolf Loos – e sotto il segno dell’architettura rimasta celebre – i due hanno progettato insieme la casa dei Wittgenstein a Vienna–, ma in realtà nutrita da scambi e preoccupazioni di carattere filosofico. Questo almeno scopre il lettore di Ludwig Wittgenstein – Paul Engelman, Se mai dovessimo incontrarci il giorno del giudizio Carteggio 1916-1937, a cura di Ilse Somavilla, Edizione italiana a cura di Daniele Pisani (Giometti & Antonello, pp. 352, € 28,00), dove sono raccolti, oltre alle lettere e ai Ricordi che Engelmann aveva pubblicato nel ’67 con l’incoraggiamento di Elisabeth Anscombe, appunti sparsi dove l’architetto insegue il punto di contatto tra le confidenze ricevute da Wittgenstein e la sua opera. È la fisionomia interiore del filosofo a essere in questione, e si può dire che il percorso tracciato dal libro non faccia che alimentarne il mistero.

Nato sullo sfondo della Seconda Guerra, quando Wittgenstein frequentava la scuola per allievi ufficiali nella cittadina di Olmütz, il sodalizio si era rapidamente formato grazie ai calorosi eventi mondani organizzati dalla madre di Engelmann, per rafforzarsi nelle lunghe discussioni notturne intorno al Tractatus che allora stava prendendo forma.