HomeFirenzeCronacaBernard Berenson: "I Tatti", la casa di un saggio. Una vita per l’arte a tutto tondo. La dimora un luogo d’incontroL’8 ottobre 1959 la scrittrice racconta a "La Nazione" il primo giorno del suo arrivo alla villa. Un’atmosfera magica che gli fece dimenticare il passato. Un ponte culturale verso il futuro.Clotilde Marghieri è stata una scrittrice e giornalista vicina a intellettuali come Berenson,. Alvaro e AleramoRicevi le notizie de La Nazione su GoogleSeguiciNon di lui: solo della sua casa posso parlare nel dolore. Ma fu proprio soltanto una casa, la sua, una bellissima villa, o non piuttosto dimora ideale di un saggio, quella che ne espresse i bisogni, i gusti e le aspirazioni, la forma stessa del suo ideale di vita? E non fu essa anche, al suo spirito inguaribilmente nomade, la vera patria? Nel suo Abbozzo per un autoritratto egli ne parla con infinito amore e la definisce una biblioteca con annesse alcune stanze per vivere. Se cosa fosse stato, ne potremmo parlare come di una machine à vivre, ciò che lui ne aborriva. Ma non fu questo. Fu molto di più; e le sue proporzioni reali, già mentre ci vivevamo, ai allargavano in splendide dimensioni di fantasia. Vigeva tra le sue mura una legge di vita obbediente: la passione non dava sussulti, il disordine era dominato dall’autocontrollo, alla gesticolazione erano sostituiti i gesti. Chi entrava nella cerchia delle sue mura subiva la ferula di un grande maestro di stile e obbediva facili mente anche alle norme che fuori del recinto era pronto a dimenticare. C’era, inoltre. un’atmosfera lievemente rarefatta, quasi di aspettazione, propisi agl’incontri e alle sorprese, favorita dal silenzio o dal parlar sottovoce. Così mi apparvero "I Tatti", trent’anni fa, quando salii la prima volta a Settignano. Mi è dolce rievocarne la memoria. Sebbene avessi trascorsa la adolescenza in un collegio fiorentino, il nome di Berenson mi era ignoto. Fu solo a Napoli, nel 1926, che da un’amica fiorentina seppi dell’esistenza di un vecchio saggio nella cui bellissima villa lei lavorava. Parca di parole e sempre un poco misteriosa (era il suo fascino), la mia amica non aveva detto di più: e siccome, prima del trenta anni, i vecchi saggi non destano curiosità, non degnargli un pensiero questo ignoto critico d’arte. Ma il critico d’arte, meticolosissimo nel rintracciare influenze e apporti esterni in ogni personalità, come ebbi poi a constatare innumeri volte, e nel saggiare lui stesso questi apporti, mostró desiderio di conoscere l’amica napoletana della sua amica fiorentina. Cosi fu che un giorno ricevetti un inatteso invito. Tutt’altro che entusiasmata, anzi fortemente intimidita dal mio inglese abborracciato, mi recai all’albergo. Ma non appena mi fui seduta accanto a quel signore dalla barbetta a punta scoprii che 11 suoi occhi erano freschi e battaglieri. Berenson aveva allora sessant’anni, età che mi pareva ragguardevolissima; ma non appena prese a parlarmi, o meglio, ad interrogarmi, sempre tenendomi sotto il fuoco dei suoi occhi verd’azzurri, mi accorsi che si andava spogliando dei suoi anni e diveniva giovanissimo. Scoprii una personalità che non somigliava a nessun’altra incontrata fino ad allora: e sebbene quel suo modo d’interrogare socratico penetrante e persino indiscreto, quasi mi strappasse le foglie ad una ad una, mi avesse al quanto disorientata, mi alzai da tavola affascinata completamente.