Perlopiù viene definito sbrigativamente storico dell’arte, ma Aby Warburg (1866-1929) esercitò la sua insaziabile sete di conoscenza in molti ambiti del sapere: dall’antropologia all’astrologia, dalla psicologia sperimentale alla linguistica, dalla filologia all’ermeneutica. E non trascurò filosofi quali Cassirer e Nietzsche o scienziati come Darwin, per rammentare solo tre tra gli autori verso i quali riversò una più acuta attenzione. Si batté ostinatamente contro «i mostruosi guardiani dei confini» in una ricerca che dall’antropomorfismo intendeva approdare al pensiero simbolico, come ha scritto Maurizio Ghelardi. La radice del suo speculare può essere ravvisata nell’antropologia, a patto di dilatarne funzioni e aperture e connetterla a domande che ne oltrepassino limiti e strettezze. In questi anni si sta assistendo a una sorta di Warburg revival forse perché si è desiderosi di rifondare orientamenti logorati o incapaci di leggere il mondo adottando un’ottica e una strumentazione innovatrici, tentando di capire fenomeni non più prigionieri di un rassicurante e lineare storicismo. Davide Stimilli ha accettato la sfida di dare un nome a una scienza senza nome e ha ordinato sul gigante di Amburgo nove capitoli che, con lievi modifiche o aggiornanti integrazioni, attestano in suoi saggi una fedeltà lunga vent’anni: Homo divinans Aby Warburg e la filologia del futuro (Neri Pozza «la quarta prosa», pp. 300, € 30,00).