La cronologia è morta; o forse no. Sempre più spesso le mostre d’arte, anche quelle monografiche, sono costruite senza tener troppo conto del percorso stilistico dei pittori, privilegiando altre possibili chiavi di lettura, dividendo magari i dipinti a seconda dei soggetti rappresentati; o si possono costruire nuclei tematici in rapporto alla committenza, o intorno al dialogo con altri artisti. Tutto giusto: al pubblico non si possono ‘solo’ mostrare bei dipinti come in un sintetico catalogo ragionato dispiegato nelle sale di una mostra, si deve provare a raccontare una storia, auspicabilmente più di una.
Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra (Genova, Palazzo Ducale, fino al 19 luglio), a cura di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, vorrebbe puntare l’attenzione sul carattere eminentemente itinerante della carriera di questo grande maestro, che lavorò in così tante città diverse, anche a Roma e a Palermo. Ma nel percorso espositivo, in realtà, questo progetto ambizioso si concretizza quasi unicamente nelle singole didascalie, ovvero nell’indicazione della città in cui i dipinti furono eseguiti, mentre i temi delle sale sono in realtà diversi. Si parte con i capolavori di grandi dimensioni, per passare poi alla sperimentazione tecnica su supporti diversi, alla relazione con Rubens, ai ritratti femminili… fino al confronto tra originali e repliche, o al rapporto sfaccettato di Van Dyck con la guerra dei Trent’anni, ovvero con coloro che vi giocarono un ruolo in qualità di generali.











