La rotonda centrale del Palazzo delle Esposizioni favorisce da sempre una forma di confusa allegria, di sparso chiacchiericcio che induce a vagare tra i suoi spazi più che a seguire il percorso espositivo indicato. L’apertura della mostra di Schifano, appena superata la biglietteria, impone però da subito la camera da pranzo di casa Agnelli, dipinta nel 1968 e qui riallestita in maniera forse un po’ troppo didascalica e comunque incapace di restituire l’imbarazzo e lo stupore dell’Avvocato di fronte alla “Festa cinese” e alle sue guardie comuniste distribuite sui sette metri.
Tanto infatti occupano infatti le tele dipinte da Schifano che avrebbero dovuto – secondo le intenzioni di Marella Caracciolo – andare in regalo al marito per decorare quella sala che aveva abitualmente come protagonisti capi di stato, principi, banchieri e alcuni tra i più importanti amministratori delegati al mondo. Un jet set internazionale costretto a cenare circondato dalle guardie rosse. Probabilmente l’Avvocato Agnelli colse l’ironia con stupore, ma anche con malcelato divertimento, ma di certo quelle tele non videro mai le pareti della sala da pranzo di Palazzo Mengarini Albertini Carandini.
E forse basterebbe questo gesto a chiarire le intenzioni e l’indole – più che l’ideologia – di un artista come Mario Schifano, difficile da fermare, inquadrare e altrettanto difficile da mettere in scena, come prova invece a fare questa grande mostra romana, nel tentativo giusto e dovuto, di restituire alla città uno dei suoi più importanti e fondamentali narratori.








