La disobbedienza come obbligo morale, come scelta che si impone quando si assiste e si sperimenta una divaricazione sempre maggiore fra legalità e giustizia, tra legalità e morale. Il problema non è frutto esclusivo dei nostri tempi, ma oggi se ne parla con altra consapevolezza, reclama un dibattito quanto più ampio e intenso possibile e si lega indissolubilmente all’idea e alla pratica della partecipazione dal basso.

Spunti numerosi e stimolanti di riflessione ci vengono offerti da Disobbedienza civile a leggi ingiuste (pp. 1038, Editoriale Scientifica, prefazione di Luigi Maria Sicca) a cura di Leandro Limoccia, avvocato, docente di Sociologia della devianza e della criminalità e di Sociologia generale all’Università degli Studi di Napoli Federico II nonché autore di diverse pubblicazioni.

Il volume (edito nel 2021, ndr) è tra quelli che negli ultimi anni si sono prefissati l’obiettivo di trattare il tema approfonditamente, lo fa con diversi contributi transdisciplinari che esaminano il concetto di disobbedienza civile da svariate angolazioni: giuridiche, filosofiche, politiche, per una visione a tutto tondo di tale pratica. Un’analisi necessaria a maggior ragione in tempi caratterizzati in modo crescente e diffuso da criteri gestionali del potere che pretendono osservanza passiva e acritica alle leggi, solo per il fatto di essere tali – non importa il loro contenuto – e scoraggia qualsiasi forma di partecipazione sociale. Così, per esempio, faceva il governo di Viktor Orbán in Ungheria, così, sempre per esempio, fa quello italiano che, col decreto sicurezza, mostra una volta di più la sua avversione al dissenso, cosa, quest’ultima, peraltro già sufficientemente chiara.