Un professore invia un messaggio ai suoi studenti delle classi quinte. Ex allievi, tecnicamente, perché hanno terminato l’esame di maturità e i risultati sono pubblici. È un saluto, un augurio per il futuro, un invito a non perdersi di vista, per chi vorrà, e a restare umani. Solo che, nel farlo, il professore non si distacca dalla realtà: ne discute. E parla di Gaza, dello sterminio di civili e dell’immobilità dei governi nell’impedirlo. Non ricorda solo le responsabilità pratiche di chi spara, ma anche quelle politiche di chi si è arricchito con la guerra o non ha agito. Nel farlo cita Dante – i versi in cui Virgilio gli dice che è pronto, autonomo: la sua volontà è ormai libera, retta e moralmente sana, e sarebbe sbagliato non seguirla – e la poesia Primavera hitleriana, in cui Eugenio Montale riflette sulla propaganda, il conformismo, le responsabilità collettive e la possibilità di reagire alla barbarie dei regimi con la resistenza morale.

Qualche giorno dopo l’invio del messaggio, il quotidiano Il Tempo pubblica un articolo, «Faziosità e indottrinamento, messaggio-comizio del prof», da cui si capisce che uno studente, che chiede l’anonimato, avrebbe contattato il giornale per denunciare il messaggio del professore «di latino e greco». Il comportamento dell’insegnante viene descritto come gravissimo perché sarebbe «addirittura disposto ad avviare un corso diverso da quelli previsti nei programmi ministeriali», visto che il professore dice agli alunni che hanno finito le superiori: «Se vi va, ci vediamo al cinema e ci scambiamo libri».