Novant’anni lui, Don Luigi, novantanni il suo ristorante, Ciro al Borgo Marinari: quella che state per leggere non è la vicenda banale di un locale che è il simbolo di Napoli; questo è il racconto di una vita che s’è intersecata con la storia della città.Ai tavoli di «Ciro» si sono alternati tutti, dagli occupatori nazisti ai liberatori anglo-americani, da Pierpaolo Pasolini a Vittorio Gassman, da Giorgio Napolitano a Silvio Berlusconi fino ad Angela Merkel che un giorno, di fronte alle sollecitazioni del suo staff per tornare alla sala di certe consultazioni internazionali, si voltò brusca, sollevò i piedi sulla sedia di fronte e si distese: «Io da questo posto non voglio più andarmene...».La fondazione, la guerra, la rinascita Don Luigi Stentardo, 90 anni che sembrano venti di meno, festeggia il compleanno oggi, 18 luglio 2026. Pure il ristorante che lui regge dagli anni ‘60 compie novant’anni, fondato dalla mamma di Don Luigi quando aveva ancora il pancione, nel 1936: «Praticamente sono nato in questo ristorante», sorride l’uomo sulla terrazza di fianco al mare, mentre gli scugnizzi si tuffano nel porticciolo del Borgo Marinari.
In quel ristorante è passata tanta vita: «All’inizio, nel ‘36, le cose andavano bene. Il Borgo era dei pescatori sfrattati da Santa Lucia, il cibo era quello che portava il mare, le cose per la mia mamma andavano bene. Poi è venuta la guerra e s’è fermato tutto».La storia di Ciro al Borgo Marinari riparte nel 1947, don Luigi aveva già 11 anni «Ricordo bene quei giorni. Gli inglesi che erano acquartierati qui andarono via, la vita del Paese e di Napoli ricominciava. C’erano speranze ed entusiasmo». In città arrivano attori, i primi turisti, il mondo della cultura, il ristorante diventa un punto di riferimento: «Quando Pierpaolo Pasolini scese dall’hotel per venire verso di noi, gli altri ristoratori lo fermavano, volevano portarlo nei loro locali - Don Luigi sorride - lui diceva “voglio andare da Ciro”, e ci raggiunse». L’assalto dei “motoscafi blu” Poi, proprio nel mezzo della rinascita e dell’esplosione del Borgo, e dei ristoranti, arrivò il momento buio del contrabbando e dei “motoscafi blu” che presero possesso della zona. Fu un momento nero che don Luigi affrontò con decisione: «Ricordo certi giorni in cui la Finanza era sul molo, arrivavano i motoscafi con le sigarette di contrabbando e iniziavano a lanciarsi qualunque cosa, pure le sedie del mio ristorante. Ricordo pure di aver visto, all’inizio degli anni ‘70, uomini in divisa chiudere gli occhi in cambio di denaro».Poi arrivò la svolta della quale fu protagonista anche il nostro giornale: «Chiesi al Mattino di sostenermi per creare un incontro con la stampa e con le autorità sul tema della lotta al contrabbando. Il giornale organizzò l’evento; davanti a tutti i maggiorenti cittadini raccontai il degrado del luogo e il disagio di chi ci abitava e ci lavorava. Fu la svolta. Il giorno dopo, quattro motovedette entrarono nel porticciolo e rimasero lì per mesi, fino a costringere i contrabbandieri ad andare via».La paura, il rispetto Don Luigi era stato il fautore della cacciata dei contrabbandieri, tutti gli dicevano che l’avrebbe pagata cara: «Mi invitavano a non allontanarmi da solo dal ristorante, a evitare luoghi bui perché ero in pericolo. Io non ho mai avuto paura. Sapevo di aver fatto la cosa giusta».Finché, un giorno, qualche mese dopo l’allontanamento della flotta del contrabbando, che s’era spostata in Puglia, sul molo del ristorante si presentò uno dei capibastone della malavita: «Lo chiamavano “’o scellone” tutti avevano paura di lui. Quando si presentò al Borgo la gente corse da me “scappa, scappa che stavolta non ti salvi”. Io restai fermo sulla soglia del ristorante».E qui il racconto diventa un film, una sfida occhi negli occhi tra il bene e il male, con un finale insospettabile: «Il tizio venne dritto verso di me. Invece di insultarmi mi tese la mano: dovrei dirti che ci hai rovinato la vita, e te lo dico. Però, da napoletano, devo stringerti la mano perché il Borgo Marinari è tornato ad essere un posto civile, noi lo avevamo ridotto troppo male».I clienti fissi: politici, attori, gente comune «lo vede quel tavolo lì? - Don Luigi indica la terrazza di fronte all’ingresso - quello era il posto preferito da Giorgio Napolitano. Arrivava qui, sedeva al tavolo e diceva “dov’è Luigi?”. Se non restavo seduto con lui per tutto il tempo, il Presidente Napolitano non mangiava». Un giovane Silvio Berlusconi, invece, nei lunghi periodi a Napoli, ogni sera sedeva sulla piccola terrazza dal lato del ponte: «Dopo i primi giorni diventammo amici. Anche lui pretendeva che stessi al suo tavolo. Io al tempo alternavo turni di sera e turni di giorno, ma quando arrivava Berlusconi mi chiamavano perché dovevo per forza esserci». Poi la lista si allunga con nomi d’attori dagli anni ‘60 ad oggi, stranieri e italiani, da Marcello Mastroianni, Sylva Koscina, Vittorio Gassman, le gemelle Kessler, fino all’attuale commissario Ricciardi, Lino Guanciale.«Però qui non esistono clienti vip. Tutti sono uguali, attori, cantanti, politici, turisti non c’è differenza perché ogni cliente, chiunque esso sia, è il più importante», sorride Stentardo.La famiglia, il futuro A novant’anni don Luigi non ha nessuna intenzione di abbassare la guardia, anche se indica i due figli, Titti e Armando, e spiega che loro sono la forza trainante del ristorante, assieme alla giovane Martina, la nipote che guarda il nonno con occhi innamorati: «Se anche mi offrissero un milione di euro io non lascerei. Questo posto non può essere in mano di altri, solo la nostra famiglia può proseguire questa strada - Luigi Stentardo adesso si fa serio - Qualche mese fa una persona mi ha avvicinato, mi ha detto che un grande imprenditore della ristorazione napoletana voleva incontrarmi per parlare dell’acquisto del nostro ristorante. Ho risposto che l’imprenditore era il benvenuto per una cena in compagnia ma la cessione del ristorante non sarebbe stato argomento della serata». Talvolta don Luigi si perde nei suoi pensieri. La moglie, la mamma, il passato, i sacrifici: «Vuol sapere qual è il segreto di questo posto? È l’amore. Tra questi tavoli, in cucina, sulle terrazze c’è stato, e c’è ancora, tutto l’amore della nostra famiglia».Il video Il racconto di Luigi Stentarto con la storia del suo ristorante che si interseca con quella della città.













