Dopo più di 20 anni al potere, il presidente Recep Tayyip Erdoğan è ormai una figura centrale della vita politica turca, tanto da aver cambiato l’immagine stessa della Repubblica fondata più di cento anni prima da Kemal Atuturk.
Il presidente è anche riuscito a trasformare la Turchia in una media potenza, utile per gestire dossier come quello dell’immigrazione, per mediare nei conflitti regionali e non, e da ultimo per il rafforzamento della difesa dell’Unione Europea. Tutto questo ha dato a Erdoğan spazio di manovra all’interno della Turchia per ridurre sempre di più gli spazi democratici nel paese, arrestando oppositori, giornalisti, avvocati, attivisti e semplici cittadini scesi pacificamente in strada. La libertà di stampa e di espressione è stata ugualmente limitata e la giustizia è ormai nelle mani del governo. Anche la vita politica del paese è sempre più ristretta, tanto che gli analisti descrivono da anni la Turchia come un “autoritarismo competitivo”, anche se di recente il paese starebbe virando verso un “autoritarismo egemonico”, in cui l’opposizione è relegata a un ruolo marginale senza alcuna possibilità di vittoria. Questo spostamento sta avvenendo nel quasi totale silenzio dei media - anche stranieri - e senza un particolare interesse da parte di quei governi europei che si stanno legando sempre di più alla Turchia.









