di Valentina Tessera
Il quotidiano statunitense dedica un reportage al fenomeno delle «pasta grandmas». La guida gastronomica Sophie Minchilli: «Più teatro che tradizione»
Nel centro storico della Capitale sono ormai parte del paesaggio. Dietro le vetrine dei ristoranti, «nonnine» intente a lavorare la pasta fresca catturano gli sguardi dei passanti e gli obiettivi degli smartphone. Ma, quello che migliaia di ospiti stranieri considerano tradizione italiana, per il Washington Post è più che altro un sofisticato meccanismo di marketing. Tanto da meritarsi un titolo privo di mezzi termini: «Nuova trappola per turisti a Roma: le nonne che fanno la pasta».
Il quotidiano statunitense dedica un lungo reportage al fenomeno delle cosiddette «pasta grandmas», concentrato soprattutto tra i vicoli di Trastevere. Un modello inaugurato da insegne come «Osteria da Fortunata» e «Come ’na Vorta», poi replicato da numerosi locali (anche al di fuori dei confini capitolini), dove spianatoie infarinate e mattarelli hanno consacrato una nuova forma di attrazione.
Secondo il giornale americano, «le donne all’opera non sono necessariamente nonne», e il loro ruolo va oltre quello della cucina: sono parte integrante dell’esperienza offerta all’avventore. «È il più geniale strumento di marketing», commenta la scrittrice ed esperta di gastronomia Katie Parla. «Esercizi commerciali di questo tipo esibiscono contenuti costruiti per le persone: sono fotogenici, e imitano qualcosa che il pubblico percepisce come autentico».Non solo. La testata definisce la tendenza «un vero e proprio test di Rorschach»: un caso capace di dividere, perché restituisce interpretazioni opposte a seconda dello sguardo di chi osserva. Alcuni vi riconoscono il fascino del sapere artigiano tramandato di generazione in generazione; altri, invece, leggono l’ennesimo segnale della trasformazione del cuore antico della città in un palcoscenico allestito per i visitatori.Tra le voci più critiche c’è quella della guida gastronomica Sophie Minchilli, che liquida questi indirizzi come «più teatro che tradizione» e «un modo sicuro per riconoscere una tourist-trap». A suo giudizio, un indizio rivelatore è l’orario continuato, pensato per intercettare i ritmi della clientela internazionale piuttosto che le abitudini dei residenti. E contesta anche la scarsa aderenza alle preparazioni originali: «È probabilmente pasta fatta in casa, ed è deliziosa. Ma è sbagliata»; carbonara, gricia e amatriciana — sottolinea — nascono per essere realizzate con formati secchi a base di semola; fa eccezione la cacio e pepe, spesso associata ai tonnarelli. Una posizione condivisa da Marina Cacciapuoti, fondatrice della piattaforma editoriale Italy Segreta, che ribadisce: «Vedere qualcuno preparare pasta fresca in vetrina non è, di per sé, un segno di qualità o di autenticità».Di segno opposto la visione dei ristoratori interpellati: Marcello Bettozzi, proprietario della catena «Come ‘na Vorta», riconosce la componente promozionale dell’iniziativa, ma respinge l’idea che si tratti di una semplice «esca»: «È importante mostrare quello che facciamo, perché a volte le persone sottovalutano il valore del nostro lavoro», spiega.Sul fondo resta, poi, una questione più ampia, che non si esaurisce in un piatto di fettuccine. Come evidenzia la storica dell’alimentazione Karima Moyer-Nocchi: «Il successo di queste vetrine non riguarda solo il cibo: rappresenta una messa in scena dell' "italianità". Stanno vendendo l'Italia che le persone desiderano. E anche gli italiani amano quell'idea».









