Pubblicato il: 18/07/2026 – 6:55
di Giorgio Curcio
TORINO La strada che via via si fa sempre più stretta, le case si addossano l’una all’altra come un presepe a luci spente. E, poco oltre, l’inizio definito di un territorio dove, di colpo, le regole cambiano completamente. Siamo in Brasile, nel cuore criminale di Rio de Janeiro. All’ingresso della favela la polizia resta ai margini. Dentro, invece, ci sono uomini con i fucili in mano, scarcerati controllati attraverso il braccialetto elettronico e sentinelle pronte a osservare ogni movimento.
Il racconto di Vincenzo Pasquino
A raccontarlo è Vincenzo Pasquino, condannato a 10 anni di reclusione nell’ambito del processo “Samba” della Dda di Torino, celebrato col rito abbreviato. Pasquino, 35 anni, era considerato un membro di spicco della ’ndrangheta. Già condannato in via definitiva nel processo “Cerbero” per associazione mafiosa, in qualità di appartenente alla locale di Volpiano, fu catturato il 24 maggio 2021 in Brasile insieme al più noto latitante Rocco “Tamunga” Morabito. Dopo la consegna all’Italia, avvenuta nel marzo 2024 a seguito della domanda di estradizione, ha avviato formalmente il suo percorso di collaborazione con la giustizia. Poi il procedimento “Samba”, fino alle condanne in abbreviato. È in questo scenario che il broker italiano sostiene di essere entrato, portando con sé Carlo Pezzo per una riunione legata agli affari del narcotraffico. Questa volta le motivazioni della sentenza del rito abbreviato dell’operazione “Samba” conducono direttamente nel cuore criminale di Rio de Janeiro, in un’area descritta come sottratta al controllo ordinario dello Stato e presidiata da uomini vicini al Comando Vermelho. Una scena che, nelle parole del collaboratore, avrebbe impaurito lo stesso Pezzo davanti alla vista dei fucili e di una polizia costretta a fermarsi fuori.






