Pubblicato il: 09/07/2026 – 18:45
di Giorgio Curcio
TORINO Dalla Torino dei traffici alla latitanza in Brasile, fino all’arresto nello stesso appartamento in cui si trovava Rocco Morabito, “u Tamunga”, storico latitante della ’ndrangheta. È una parabola criminale densa quella di Vincenzo Pasquino, oggi collaboratore di giustizia, che attraversa le motivazioni della sentenza del rito abbreviato dell’operazione “Samba”, depositata dal gup di Torino Giovanna Di Maria. Quella di Pasquino, però, non è soltanto una delle voci che hanno contribuito a ricostruire il sistema del narcotraffico sull’asse Sud America-Europa, ma è essenzialmente quella di uno dei protagonisti dell’intera inchiesta della Dda di Torino. Nel processo abbreviato “Samba” è stato imputato e condannato a 10 anni di reclusione. Una pena sulla quale ha inciso l’ampia collaborazione resa all’autorità giudiziaria, ma che si inserisce in un quadro di responsabilità penale riconosciuta dal giudice.
Da Volpiano alla collaborazione
Anche perché Pasquino non è affatto un nome banale. Torinese, 35 anni, era considerato un membro di spicco della ’ndrangheta. Già condannato in via definitiva nel processo “Cerbero” per associazione mafiosa, in qualità di appartenente alla locale di Volpiano, fu catturato il 24 maggio 2021 in Brasile insieme al più noto latitante Rocco “Tamunga” Morabito. Dopo la consegna all’Italia, avvenuta nel marzo 2024 a seguito della domanda di estradizione, ha avviato formalmente il suo percorso di collaborazione con la giustizia. Poi il procedimento “Samba”, fino alle condanne in abbreviato.






