«La ricetta più difficile da realizzare è quella per riempire il proprio locale». È una frase pronunciata da un addetto ai lavori, parlando della sala di un giovane cuoco tecnicamente preparato, preciso, determinato. Una frase che potrebbe essere riscritta cambiando poche parole: «L’articolo più difficile da scrivere è quello che verrà letto». Può sembrare un paragone forzato, ma cucina e giornalismo stanno attraversando una crisi sorprendentemente simile. Entrambi producono contenuti destinati a un pubblico. Entrambi fondano la propria credibilità sulla qualità del lavoro. Entrambi scoprono ogni giorno che questo, da solo, non basta più.

Per anni abbiamo raccontato il successo come una conseguenza naturale della bravura, e a una cucina eccellente corrispondeva una sala piena. E allo stesso modo, a un buon giornalismo corrispondevano tanti lettori. Era una narrazione rassicurante, ma oggi appare insufficiente.

Il primo motivo è semplice: l’offerta è cresciuta molto più della domanda. Non sono diminuiti i bravi cuochi, anzi: le scuole di cucina hanno formato generazioni di professionisti, la cultura gastronomica si è diffusa, l’accesso a ingredienti e tecniche è diventato più semplice. Lo stesso è accaduto nel giornalismo. Mai come oggi sono disponibili strumenti per scrivere, pubblicare, distribuire e commentare informazioni. Ogni giorno milioni di persone producono contenuti. In uno scenario come questo, il concorrente non è più il ristorante della via accanto o il quotidiano rivale, ma qualsiasi esperienza capace di occupare il tempo libero delle persone.