Il taxista di Kashgar ci guarda perplesso: non comprende l’indirizzo in mandarino che gli mostriamo sul cellulare. Il cinese lo capisce ma, evidentemente, non lo legge. Glielo scriviamo col traduttore in uiguro, la lingua della famiglia turcica che si parla nello Xinjiang, l’estrema regione occidentale della Cina. Si scrive in caratteri arabi e il suono ricorda certe parlate dell’Asia centrale. Ora l’indirizzo è chiaro. Mette sul computer di bordo il tragitto e fa partire una canzone nella sua lingua. Alla fine della corsa ci salutiamo con un Salam.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima, specie con gente di una certa età. Sanno il cinese e lo parlano ma preferiscono la loro lingua madre, ancora, a quanto ci sembra di capire, veicolo linguistico prioritario. Ma quanto durerà adesso che la legge entrata in vigore in luglio, con l’intento dichiarato di forgiare una forte identità «cinese», mette a serio rischio lingue e dialetti che non hanno a che vedere con il mandarino standard? La lingua ufficiale della Cina è parlata dalla comunità Han, la più popolosa, anche se molti di loro hanno come lingua madre altri idiomi sinitici (come il cantonese per esempio). Le legge mette a rischio non solo la lingua ma tradizioni, cultura, valori, memoria.