Sono appena tornato dalla Cina, e come sempre al ritorno si affollano pensieri. La Cina è tante sensazioni, è qualcosa che poi manca subito, appena messo piede sull’aereo di ritorno, ma di recente per me è anche tante parole, tante riflessioni a cui posso accedere. E non passa visita o ritorno in Cina che non abbia al centro la raccolta di opinioni sull’intelligenza artificiale e sulla frontiera tecnologica che Pechino sta percorrendo.

Da mesi penso a una cosa: è possibile che la Cina possa arrivare, perdonatemi l’iperbole che chissà quanto poi è iperbole, a una specie di automazione completa e non si stia interrogando su nuove forme di welfare e ancora di più su un nuovo modello sociale? Domanda retorica, perché in Cina il dibattito su intelligenza artificiale e lavoro ha smesso, da mesi, di essere accademico.

Partiamo da un numero: quest’anno si affacciano sul mercato 12,7 milioni di neolaureati, un record storico, e arrivano nei settori, come quello di internet ad esempio, dove le aziende stanno già rimpiazzando con assistenti intelligenti proprio le mansioni d’ingresso dei nuovi laureati. E se la stampa istituzionale descrive una transizione pianificata, molti commentatori veleggiano su altri lidi. Si parla di «sostituzione» dei lavoratori in outsourcing nelle grandi piattaforme, licenziamenti, della sentenza della Corte di Hangzhou che vieta il licenziamento di una persona, se poi sostituita dall’Ai. È in questo clima che, il 19 giugno, è uscito un articolo sullo Xuexi Shibao, il giornale della Scuola centrale del Partito comunista, dove si elaborano le dottrine ufficiali, e che poi è stato rilanciato da Qiushi, la rivista teorica del Comitato centrale. L’ha firmato Cai Fang, uno degli economisti più ascoltati del paese, già vicepresidente dell’Accademia cinese delle scienze sociali, membro del comitato di politica monetaria della banca centrale, membro permanente del comitato dell’Assemblea nazionale del popolo. Un insider, nel senso pieno. La frase del pezzo che mi ha fatto sobbalzare è questa: la Cina dovrebbe far transitare il proprio sistema retributivo «dal salario minimo al salario vitale».