La Cina rischia tensioni globali e problemi interni se continua a puntare su surplus commerciale, controllo valutario e modello autoritario senza offrire un ordine economico condiviso. Se oggi il Paese non affronta seriamente – con le regole del mercato, non con fantasie politiche – la questione dei suoi interessi commerciali e valutari, potrebbe perdere altri decenni. L’analisi di Francesco Sisci, direttore di Appia Institute
Pechino potrebbe trovarsi di fronte a un confuso corto circuito nei suoi calcoli economici e politici, che potrebbe danneggiare seriamente la Cina nei prossimi anni.
Un surplus commerciale enorme e in crescita sembra essere il principale ostacolo che spinge la Cina verso attriti e conflitti con buona parte del mondo. È dunque fondamentale per la Cina contrastare la narrazione dominante, come ha scritto di recente l’organo ufficiale Global Times: “La maggiore competitività delle imprese cinesi nasce da un sistema industriale completo, da investimenti continui in tecnologia, da un mercato enorme e da una concorrenza di mercato robusta – non dai cosiddetti tassi di cambio ‘artificialmente manipolati’. Colpire il RMB non risolverà le difficoltà del settore manifatturiero tedesco, né affronterà le carenze nella catena dell’innovazione europea”. E aggiungeva: “Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha suscitato polemiche sul tasso di cambio del RMB, sostenendo che la valuta fosse sottovalutata fino al 30 percento e citando gli ‘Accordi del Plaza’ del 1985 – che fecero precipitare il Giappone nei suoi ‘decenni perduti’ – come possibile soluzione. Nel frattempo, l’Ue discute strumenti di difesa commerciale in risposta al proprio deficit commerciale con la Cina, alla concorrenza industriale e alla dipendenza dalle catene di approvvigionamento, con alcuni politici europei che tentano di descrivere le relazioni economiche e commerciali tra Cina e Ue come una ‘minaccia sistemica’. Questa tendenza non è un fenomeno isolato; riflette l’ansia all’interno del settore manifatturiero europeo, impulsi protezionistici e il dilemma autoimposto dell’autonomia strategica. Le pressioni che il settore manifatturiero europeo deve affrontare non derivano solo da fattori di lungo periodo – come gli alti costi energetici, gli investimenti insufficienti nell’innovazione e politiche industriali poco dinamiche – ma anche da shock immediati come gli effetti collaterali della crisi ucraina e il ‘risucchio’ provocato dai sussidi industriali statunitensi. La maggiore competitività delle imprese cinesi nasce da un sistema industriale completo, da investimenti continui in tecnologia, da un mercato enorme e da una concorrenza di mercato robusta – non dai cosiddetti tassi di cambio ‘artificialmente manipolati'”.






