Nelle scuole elementari di Hohhot, nella regione autonoma della Mongolia Interna, i libri aperti dai bambini hanno pagine fitte di caratteri cinesi standard. Nelle aule ci sono slogan a ricordare che, come ha detto a suo tempo il presidente Xi Jinping, «le etnie devono essere unite come i semi di un melograno». Fino a qualche anno fa, in quelle stesse aule, il cinese standard si intrecciava con il mongolo e i cartelloni erano bilingui. A migliaia di chilometri di distanza, sull’altopiano tibetano, ruspe e camion si muovono come un esercito silenzioso. Una nuova arteria ferroviaria taglia le montagne, collegando città remote a hub logistici e centri industriali. I cantieri non si fermano mai. Operai, tecnici, ingegneri lavorano giorno e notte. La promessa è chiara: sviluppo, integrazione, prosperità. Strade, energia, turismo, investimenti. Il futuro arriva su rotaie d’acciaio.Due immagini opposte, eppure parte della stessa storia. Nelle sue regioni di frontiera, ricche di minoranze etniche e linguistiche, la Cina sta costruendo un doppio binario che corre parallelo: assimilazione culturale da una parte, sviluppo economico dall’altra.
In Cina sono riconosciuti 56 gruppi etnici, di cui la stragrande maggioranza è rappresentata dall’etnia Han, che costituisce oltre il 90% della popolazione. A fine marzo, l’Assemblea Nazionale del Popolo di Pechino ha approvato una nuova legge sulla “promozione dell’unità etnica e del progresso”. Tra le disposizioni figura la promozione delle unioni matrimoniali tra etnie e dell’insegnamento del cinese standard, disincentivando il bilinguismo che per decenni ha caratterizzato le regioni autonome cinesi. Si tratta di aree spesso politicamente sensibili e che hanno in passato dato vita ad ampie rivolte e repressioni come Tibet e Xinjiang, dove diversi osservatori internazionali accusano la Cina di violazioni dei diritti umani sulla minoranza uigura. Le nuove norme richiedono ai media, ai fornitori di servizi internet, alle famiglie, di «promuovere la politica etnica del Partito». Ai genitori viene ricordato il loro dovere di fornire un’educazione familiare conforme alla legge ed è loro vietato «instillare nei minori idee dannose per l’unità etnica e il progresso». La nuova legge non è una svolta improvvisa, quanto una formalizzazione. Trasforma in diritto ciò che già esisteva come pratica: un sistema che punta a rafforzare un’identità nazionale condivisa, facendo del mandarino la lingua centrale dell’istruzione e della vita pubblica, relegando le lingue minoritarie a un ruolo sempre più marginale. Nelle scuole viene così standardizzato un processo in corso da tempo. Non ci sono proclami eclatanti, ma cambiamenti quotidiani: libri di testo standardizzati, programmi uniformati, corsi obbligatori sull’identità nazionale, uso predominante del cinese standard fin dall’infanzia. La legge stabilisce chiaramente che la lingua comune deve diventare la base dell’insegnamento, mentre le lingue minoritarie restano formalmente “protette”, ma sempre più circoscritte a un ambito culturale o simbolico.






