Lungo le vie del vento e del sole che costeggiano a Nord e a Sud il deserto di Taklamakan nello Xinjiang che per generazioni i cammelli hanno trasportato la seta e le foglie di tè prima in Asia Centrale e poi in Europa. Chilometri e chilometri di sabbie e steppe rinfrescati da oasi verdeggianti dai nomi leggendari – Khotan, Turpan e Kashgar – dove nei secoli sono fiorite le vigne e la tradizione mahayana del buddismo, prima di essere soppiantata dall’islamismo mongolo. Ma con il succedersi delle guerre e poi con l’avvento dell’aereo, quelle rotte sono sprofondate nell’oblio economico, bollate come remote zone di frontiera abitate da minoranze riottose al controllo degli Han: il Far West cinese.Ora non più. Negli ultimi anni (gli esperimenti sono in corso da decenni) dopo avere soffocato con la forza le rivendicazioni di maggiore autonomia degli uiguri, Pechino ha trasformato queste immense frange di territorio, distanti tra i 2500 e i 4000 chilometri dalla Città Proibita, nel nodo centrale del moderno sistema energetico del Paese: il tassello cruciale di quella rivoluzione con cui intende diventare la potenza mondiale dell’energia.Nel giugno del 2014 fu il leader Xi Jinping a illustrare gli obiettivi. In un discorso davanti alla Commissione centrale degli affari finanziari ed economici segnalò che l’energia sarebbe diventata una delle preoccupazioni principali del regime e non più una questione a livello ministeriale. Nel 2020 di fronte all’assemblea dell’Onu annunciò che le emissioni cinesi avrebbero raggiunto il loro apice nel 2030 per poi calare fino alla neutralità carbonica nel 2060. L’anno successivo le parole si concretizzarono in obiettivi operativi del 14esimo piano quinquennale. La Cina cambiava logica. Dal controllo del consumo di energia a quello delle emissioni. Ma, a differenza che in Europa, lo scopo della rivoluzione energetica cinese non era (e non è) la lotta al cambiamento climatico e al riscaldamento globale, considerata solo un benefico effetto collaterale, soprattutto nelle grandi città costiere soffocate dall’inquinamento. L’obiettivo, esplicitato lo scorso giugno nel 15esimo piano quinquennale 2026-2030, è meno idealista e molto pragmatico: la completa indipendenza energetica, indispensabile alla sicurezza nazionale, utilizzando in modo combinato ogni strumento a disposizione, fossile e non fossile. Se entro il 2030 le energie non fossili dovranno rappresentare il 50 per cento della generazione energetica, l’ultimo piano quinquennale ribadisce però il ruolo chiave del carbone come cruciale energia di riserva. E le distese dello Xinjiang, cuore petrolifero del Paese, sono ancora oggi puntellate da milioni di piccoli uncini rossi che estraggono l’oro nero (il cinque per cento del mix nazionale d’energia) dalle profondità della Storia.Ma le priorità sono altre. Oltre che garanzia contro i ricatti geopolitici in un’era instabile, Pechino considera l’elettrificazione un’immensa opportunità economica che le ha permesso di competere con gli Usa, che per ottenere la leadership energetica stanno invece puntando tutto sul fossile. Non solo la Cina rappresenta il 75 per cento delle domande globali di brevetti per le tecnologie pulite ma il Sud del mondo già dipende dai suoi standard tecnologici. Non solo maggiore produttore e esportatore mondiale di pannelli, pale eoliche e veicoli elettrici: la Cina ne detta le regole di funzionamento.Le steppe dello Xinjiang non sono più immensi spazi vuoti. Sono ricoperte da milioni di pannelli solari, una marea nera che l’occhio fatica a contenere e, quando ci riesce, è costretto nuovamente a tararsi per mettere a fuoco le foreste di acciaio bianco che ricoprono le alture, con i loro rami in movimento costante che trasformano venti a forza sei in preziosa energia per almeno 200 giorni l’anno. Delimitata da catene montagnose lungo i suoi tre lati, l’area di Dabancheng, dove sorge anche Urumqi, la capitale dello Xinjiang, è un imbuto naturale. Qui arrivò nel 1986 la prima turbina danese: oggi si estendono 50 fattorie del vento con oltre mille pale. Quello che era nato come esperimento è diventato sistema.Vento e sole generano il 22 per cento dell’elettricità cinese, un dato che sale al 35 per cento aggiungendo l’energia idroelettrica e al 40 con le biomasse. Il Paese, con l’accelerazione post-Covid, ha poi una capacità di rinnovabili installata ancora più alta: tutte insieme rappresentano il 60 per cento della capacità energetica installata totale.Poco più a Sud, in pianura, abbaglianti laghi di specchi catturano l’energia del sole e la riflettono su torri centrali che, a loro volta, la imprigionano in tonnellate di sale liquefatto, consentendone l’utilizzo anche quando il manto della notte cala sulle distese fotovoltaiche. Il più grande impianto solare ibrido del mondo collegato alla rete elettrica si trova nella regione di Hami. Integra i 100Mw derivanti dalla potenza solare catturata da milioni di specchi ai 900Mw di produzione fotovoltaica.L’abbondanza di energia verde a basso costo sta avendo chiare ripercussioni economiche in una provincia considerata irrimediabilmente povera. I centri di elaborazione dei dati, energivori e sempre più cruciali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, stanno sorgendo a decine in prossimità delle fattorie eoliche e solari, permettendo alle aziende di ridurre i costi dell’elettricità del 40 per cento rispetto ad altre regioni. Sempre più aziende tecnologiche stanno considerando di aprire i battenti a Occidente, sostenute da una Pechino che ha aperto l’anno scorso la nuova Università tecnologica dello Xinjiang per farne una sofisticata testa di ponte di diffusione delle sue politiche e ideologie.L’economia delle rinnovabili cinesi rappresenta oggi il dieci per cento del prodotto interno lordo, il 20 per cento di quello marginale e il 50 per cento dei nuovi investimenti. Inoltre la Cina detiene il 25 per cento delle scorte mondiali delle nuove energie. Non solo. Il Paese è diventato pioniere mondiale dell’integrazione delle nuove energie nella rete nazionale con investimenti pianificati nell’ordine di 100 miliardi di euro l’anno per i prossimi cinque anni che includono anche linee di trasmissione ad altissimo voltaggio. Un esempio recente è quello messo a punto l’anno scorso tra la città di Hami, nello Xinjiang, e Chongqing: si snoda per 2260 chilometri e durante il suo primo anno di vita ha trasmesso 25 miliardi di chilowatt di elettricità. Le carovane di cammelli hanno ormai lasciato il passo a chilometriche file di giraffe d’acciaio che, duna dopo duna, trasportano l’energia qui prodotta in ogni angolo della Terra di mezzo.«La rapida elettrificazione della produzione e del trasporto di energia su ampia scala a partire dal 2022 ha permesso alla Cina di passare da un equilibrio energetico a un sostanziale surplus», ha spiegato al Wolrd Economci Forum Rory Green, responsabile dei mercati emergenti e della Cina per la società di consulenza energetica londinese GlobalData TS Lombard.Il 75 per cento delle ferrovie cinesi è elettrificato; oltre 400 milioni di scooter, in gran parte responsabili dell’inquinamento di inizio millennio, sono stati rimpiazzati da due ruote elettrici; oltre la metà del parco auto in circolazione è elettrico e lo sono anche tre quarti dei nuovi veicoli venduti.L’impatto dell’elettrificazione è stato evidente con la chiusura dello stretto di Hormuz: il 2026 verrà ricordato come l’anno in cui la Cina ha involontariamente dimostrato al mondo i frutti di una pianificazione attenta e lungimirante. Avrebbe dovuto soffrire insieme a gran parte dei Paesi del Sudest asiatico e invece ha assorbito senza difficoltà lo shock petrolifero. Non solo ha utilizzato le sue massicce riserve strategiche di petrolio (stimate in oltre 1,4 miliardi di barili) ma ha anche usato al meglio il mix energetico interno – dal vento al sole, dall’acqua alle biomasse, dal carbone al petrolio – e la sua nuova, potente rete di trasmissione. Non ha avuto bisogno di sottrarre petrolio in quantità massicce al resto del mondo, e in un certo senso ha fatto un favore a tutti, impedendo al prezzo del barile di andare oltre i 100 dollari. A differenza di un’America che quel conflitto, e quel trauma, lo aveva creato.Certo il risultato cinese non è facilmente replicabile. In una democrazia liberale è impossibile una pianificazione così lunga e ancora meno un sistema di mercato che seleziona i produttori più efficienti di nuove energie permettendone la morte di centinaia. Senza contare che, con l’attuale assetto dell’Unione europea, il livello cinese di aiuti di stato distruggerebbe il mercato interno, favorendo le nazioni fiscalmente più forti. Ma forse meriterebbe una riflessione l’approccio cinese alla transizione energetica: non tanto il frutto di un’ideale o di un’ideologia, vulnerabile ai cambi di casacca politica, ma un potente strumento di sviluppo economico e autonomia strategica, resistente a colori e slogan diversi.Chissà che l’energia elettrica in arrivo dallo Xinjiang non finisca per dare una scossa anche al Vecchio Continente.
Sicurezza energetica: la via pragmatica della Cina
Più che per ambientalismo, Pechino punta a decarbonizzarsi per guadagnare crescita economica e assicurarsi la sovranità nazionale. Lo Xinjiang, un Far West per







