Il deserto del Taklamakan, nella Cina nord-occidentale, si sta lentamente trasformando: grazie a un piano di riforestazione che ormai va avanti da oltre 50 anni, quel “vuoto biologico” non è più senza speranza e può diventare un alleato nella lotta al cambiamento climatico. A sostenerlo è uno studio condotto da ricercatori statunitensi e cinesi e pubblicato su Pnas, che, grazie a dati satellitari, ha messo in evidenza come i confini del deserto abbiano iniziato ad assorbire gas serra, diventando un (piccolo) pozzo di assorbimento del carbonio.
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di Paolo Travisi
Occhi spaziali sul deserto
I ricercatori hanno analizzato i dati satellitari relativi a livelli di anidride carbonica, estensione della copertura vegetale e modelli meteorologici della regione del deserto del Taklamakan, rilevando un aumento costante della capacità di trattenere carbonio, in particolare nella stagione umida (luglio-settembre). Si tratta ovviamente di un effetto molto limitato (anche se l'intero deserto del Taklamakan fosse ricoperto da foreste, si otterrebbe una compensazione di sole 60 milioni di tonnellate di anidride carbonica, rispetto alle emissioni globali di circa 40 miliardi di tonnellate all'anno), ma - sottolineano gli esperti - anche solo il fatto che esista e sia misurabile è importante e offre speranza per misure che potrebbero essere adottate in futuro. “Non risolveremo la crisi climatica piantando alberi solo nei deserti - commenta King-Fai Li, dell’Università della California e tra gli autori dello studio - ma capire dove e quanta anidride carbonica può essere assorbita, e in quali condizioni, è essenziale. Questo è un tassello del puzzle”.






