Ha tuonato contro la minaccia comunista, il presidente Trump nel giorno dell’indipendenza americana. «Si può essere comunisti o patrioti. Ma non entrambe le cose». Se volete ripassare la storia e vedere cosa è successo (complice il governo americano, vi ricordate Missing di Costa-Gavras?) in Cile nel 1973 ai patrioti comunisti, socialisti, cattolici che credevano nel loro presidente Allende, andate a vedere L’Hangar rosso. Chiamato così in disprezzo delle idee e del sangue dei detenuti politici che lo affollavano.

Tratto dal libro autobiografico Disparen a la Bandada di Fernando Villagrán, il film di Juan Pablo Sallato racconta quei giorni da una prospettiva che non avevamo mai visto, quella del corpo militare. È la storia di Jorge Silva, il più bravo dei paracadutisti, ex capitano dell’intelligence aeronautica, ma anche tenero marito, diviso tra l’obbedienza giurata all’arma e il rifiuto di trasformare l’Accademia dei suoi giovani cadetti in un centro di detenzione e abuso. «Volevo raccontare un uomo addestrato a obbedire, posto davanti al momento in cui un ordine diventa un crimine», dice il regista. Ottantatré minuti in bianco e nero, claustrofobici e magistrali, stretti attorno al viso scavato di Nicolas Zarate, interprete del personaggio reale a cui è ispirato il film. Un militare tutto d’un pezzo, fedele all’istituzione e dunque al governo di Allende, che tre anni prima aveva salvato da un attentato. Tecnicamente L’Hangar rosso potrebbe essere definito un thriller politico. Difficile però viverlo senza farsi carico della vicenda umana di Silva, del pallore del suo volto di fronte alla violenza della Storia, dello strazio dei suoi pensieri e dei suoi valori quando gli viene chiesto di eliminare due giovani del Mapu o di assistere alle torture. Le stesse che lui subirà, arrestato dai suoi commilitoni con l’accusa di tradimento.