L’11 settembre 1973 il Cile entrava in una delle pagine più oscure e drammatiche della sua storia. All’alba di quel giorno i carri armati erano già nelle strade di Santiago e i caccia Hawker Hunter sorvolavano il cielo, pronti a bombardare il palazzo presidenziale della Moneda. Al suo interno, Salvador Allende, primo presidente marxista eletto democraticamente al mondo, resisteva con le armi in pugno e con le parole del suo ultimo discorso, trasmesso da radio Magallanes, che ancora oggi riecheggiano come una lezione di dignità e coraggio.

Poco dopo, Allende sceglieva di togliersi la vita per non cadere prigioniero. La sua morte segnava l’inizio della dittatura militare di Augusto Pinochet, un regime che sarebbe durato fino al 1990 e che avrebbe lasciato dietro di sé migliaia di morti, desaparecidos, esiliati e un intero Paese ferito.

Cinquantadue anni dopo, il golpe cileno rimane un nodo irrisolto, non solo per la memoria collettiva del Paese ma anche per la politica contemporanea. A destra, in particolare, non mancano i tentativi di relativizzare, sfumare o persino tacere gli eventi di quell’11 settembre, quasi a voler cancellare il ricordo delle responsabilità delle Forze Armate e dei Carabineros. La storia però non si cancella per decreto né per convenienza elettorale e le sue lezioni rimangono vive e tornano a chiedere ascolto, soprattutto quando la tentazione di passare pagina, senza fare giustizia, si fa più forte.