L’HANGAR ROSSOdi Juan Pablo Sallato,Cile-Italia-Argentina, 82’Il titolo è a colori, il film in bianco e nero. Il rosso può essere quello del sangue o quello della metà inferiore della bandiera cilena. Il resto esplora tutti i possibili conflitti di un militare formato alla più cieca obbedienza che si trova davanti a ordini inaccettabili. E deve trovare il modo per salvare insieme la faccia, la pelle e la patria, o almeno quella parte di compatrioti che è sotto tiro. Prima che tutto precipiti.Esordio nella finzione di un navigato documentarista cileno, ispirato alla storia vera del capitano Jorge Silva narrata da uno degli uomini a cui salvò la vita, il futuro scrittore, giornalista e produttore Fernando Villagràn, “L’hangar rosso” torna sui giorni tragici del golpe cileno da una prospettiva insolita e rigorosa. Oltre che fitta di allusioni a un presente sempre più afflitto da ordini, generali, guerre combattute e non sempre dichiarate. Noi infatti sappiamo già come andrà a finire. È il 10 settembre 1973, vigilia del primo 11 settembre, quello del golpe in cui fu ucciso Allende, quando con Pinochet salì al potere una delle più sanguinarie giunte militari che la storia ricordi. Ma il film sposa il punto di vista dei protagonisti, che seguono l’evolversi degli eventi in tempo reale, fedele alla classica unità di tempo, di luogo e d’azione.Così i dilemmi del capitano Silva, che ha il volto spigoloso e tormentato del bravissimo Nicolás Zárate, non sono più solo quelli di un militare che pochi anni prima ha salvato Allende da un altro attentato, e riceve di continuo telefonate misteriose da parte di altri militari lealisti. Sono i dilemmi di chiunque possa approfittare della propria posizione di potere per limitare al massimo i danni, salvando al contempo se stesso e i propri cari. Fino a dove ci si può spingere senza farsi scoprire? Come interagire con superiori fanatici o ambigui (memorabile anche il sinistro colonnello Jahn che torna dagli Usa per assumere il comando, l’attore è Marcial Tagle, già visto nei film di Pablo Larraín)? Insomma fino a dove si può simulare complicità, dove inizia necessariamente la rivolta?Un orizzonte rigorosamente morale, che Juan Pablo Sallato scolpisce con la collaudata, geometrica potenza del thriller. Senza aggiungere nulla di decisivo a un terreno già battuto da nomi come appunto Larraín o l’altro grande cileno, il regista-testimone Patricio Guzmán. Se non la conoscenza di una frattura interna ai militari passata per lo più sotto silenzio dalle cronache. Anche se mai come oggi motivo di interesse e forse addirittura di speranza.I